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Dai, proviamo a dirlo ad alta voce, per vedere l’effetto che fa. Le sale cinematografiche non sono più al centro delle strategie di sviluppo delle cinematografie più evolute. Sono condannate ad un ruolo marginale, più di marketing che di business vero e proprio. I soldi, quelli veri, si faranno altrove. Impressionante, no? L’affermazione sembra apocalittica e surreale ma ruota proprio intorno a questo semplice concetto lo spettacolo delle vesti stracciate di produttori, distributori ed esercenti. Il caso di Sulla mia pelle in Italia e quello, un po’ più clamoroso, di Roma negli Usa, sono solo la punta di un iceberg che sfiora pericolosamente il Titanic delle certezze vetuste e ormai inutili di coloro che si ostinano a difendere la centralità del mercato theatrical. Il problema è che la storia non ci insegna nulla. Ricordate? Si iniziò a parlare per la prima volta di “finestre” di sfruttamento negli anni Ottanta. La televisione commerciale acquistava allegramente (e generosamente) le librerie delle principali case cinematografiche e le sale cominciarono, inesorabilmente, a svuotarsi. Scomparvero le seconde e le terze visioni al cinema e la Tv cominciò a spingere per finestre di sfruttamento più corte. Poi arrivò Telepiù (la nonna di Netflix) e il tema della possibile contemporaneità fra due pubblici paganti, quello delle sale e quello degli abbonati Tv, divenne improvvisamente urgente. Tantissime discussioni ma solo qualche piccolo compromesso, niente di più. Poi, nei Novanta, arrivarono Internet e i pirati del Web. Sono passati quasi trent’anni ma cosa è cambiato da allora? Sì, è vero, qualche sito Torrent è stato chiuso ma la stalla è aperta. Più o meno. Adesso il nuovo nemico ha il volto ben curato e tutto sommato rassicurante di Reed Hastings ma il dramma ha sempre lo stesso nome: le finestre di sfruttamento. Roma di Cuarón intanto, mentre noi discutiamo, guarda agli Academy Award. Netflix organizza meticolosamente (fior di marketing) le uscite theatrical del film. Sarebbe il colpo di scena definitivo: la televisione in streaming che vince la statuetta. Barbera, sornione, ha già capito. Dopo aver selezionato a Venezia molti film di Netflix, qualche tempo fa ha pubblicato su Twitter il link a un interessante articolo di Indie Wire. Il titolo è già tutto un programma: “Roma indica a Netflix la strada per infrangere le regole della distribuzione theatrical”. Il capo di Netflix Original Films, Scott Stuber, intervistato da Indie Wire, ha dichiarato: «Le priorità di Netflix sono i nostri abbonati e i nostri registi». Il drama 22 luglio ha già avuto 14 milioni di spettatori. In sala se li sognava. Quello che succederà agli Oscar influenzerà il destino distributivo, fra gli altri titoli Netflix, di The Irishman di Martin Scorsese con Robert De Niro e Al Pacino. Con la mano aperta che ruota intorno all’orecchio, come si usa a Roma, verrebbe da dire: «Ma di che stamo a parlà». Appunto.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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