e-duesse.it / Editorial(ist)i / Andrea Piersanti

navigation

Il cinema italiano non è mai stato così nervoso. Tutti contro tutti, dall’arena dei festival a quella dei giornali, dai Cda delle società pubbliche alle associazioni di categoria. Aveva proprio ragione il bravo Pedro Armocida su Il Giornale. «Ormai basta un nonnulla, gli animi si scaldano e partono le polemiche», ha scritto in un recente articolo dove dettaglia il lungo elenco delle litigate. Era iniziato tutto a Venezia. Durante il festival diretto da Alberto Barbera, il cinema italiano era stato accusato di provincialismo dalla durissima giuria presieduta da Michael Mann. Niente premi. Parole grosse fra registi in concorso e registi in giuria. Mancati incassi in sala. E così via. I motivi di questo nervosismo però sono meno apparenti e più nascosti di così. Da una parte ci sono infatti gli “integralisti del passato”, che difendono irrazionalmente la gloria di un tempo. Sono causa di un forte “inquinamento” delle dinamiche del cinema italiano. Hanno più finanziamenti pubblici e hanno sempre i primi posti ai festival anche se ormai le loro perfomance artistiche sono così così e i loro numeri al botteghino sono scarsi. Dall’altra ci sono invece tutti coloro che cercano di costruire una nuova poetica del cinema nazionale, con pochi soldi e spesso senza aiuto dallo Stato. Sono più giovani degli “integralisti”, sorridono poco e sudano molto. Quando sentono parlare i loro superbi colleghi più anziani non riescono a trattenere un ringhio sordo di insoddisfazione. Si tratta di uno scontro che non è generazionale ma che è innanzi tutto culturale. Nell’anno della grande crisi del welfare, dello spread alle stelle e dei soldi che non bastano ad arrivare alla fine del mese, il cinema italiano si trova, per la prima volta, a dover affrontare senza maschere le proprie contraddizioni. «Per anni produttori e autori hanno chiesto a gran voce cosa il Paese potesse fare per il cinema italiano. Adesso verrebbe la voglia di chiedersi invece cosa il cinema italiano possa fare per il Paese», dice con un sorriso amaro uno di loro. Mentre le famiglie stentano a ritrovare la speranza, la gran parte dell’industria culturale italiana sembra essersi arroccata in una anacronistica torre d’avorio. Come se fossero depositari di un diritto divino, gli “integralisti” assomigliano sempre di più ai salotti evanescenti descritti da Fellini nella Dolce vita. Dal basso però sale il ringhio incazzato dei nuovi produttori e dei nuovi autori. Poche chiacchiere e poche pretese, ma la determinazione folle di raccontare il Paese che cambia, per aiutarlo ad uscire dalla crisi e riconquistare così una consapevolezza di sé più adeguata alle nuove sfide della modernità. Sembrano i rottamatori di cui potrebbe aver veramente bisogno il cinema italiano. Non amano i salotti, guardano con distacco i fantasmi cinematografici del passato e pensano invece al budget del nuovo film che non riescono mai a chiudere. Hanno una voglia di cinema che li fa uscire dagli alberghi all’alba, a Berlino come a Toronto, a Venezia come a Cannes, per andare a vedere l’ultimo titolo di quell’autore di cui hanno sentito parlare da un collega straniero. Sono sorridenti giocoforza ma scontenti dentro per quella distanza infinita che separa ogni giorno il desiderio dal fare. Sarà possibile ritrovarli ancora una volta a Roma, durante gli incontri di “New Cinema Network” organizzati da Lucia Milazzotto, in occasione del Festival del Film diretto da Marco Müller. Sarà possibile, ancora una volta, sentirli parlare di progetti irrazionali e bellissimi. Commoventi ed esilaranti. Che loro ti racconteranno con una luce “spaziale” negli occhi e con una certezza acida in fondo al cuore. Ecco, alla fine, il problema del nervosismo del cinema italiano è tutto qui. In una sorta di dissociazione che forse è mentale prima ancora che culturale. Lo ha detto una giovane regista italiana, Costanza Quatriglio, qualche settimana fa a Venezia, mentre, con quel sorriso insistito ma tirato che ormai abbiamo capito, presentava il suo documentario Terra Matta. È stato come un fulmine che squarcia il velo dell’ipocrisia: «Ho accettato la sfida di mostrare ciò che non si vede, di filmare il fuori campo, l’invisibile», ha detto. Un esercizio dell’impossibile che puoi fare solo se, pensando al tuo lavoro nel cinema, riesci nello stesso tempo a sorridere e ad arrabbiarti. Per la speranza di una nuova storia da raccontare e per la fatica che ancora ti aspetta. Poi, alla fine, un po’ ringhiando e un po’ forzando le labbra su un sorriso stanco, aspetterai trattenendo il respiro il momento in cui le luci si spegneranno, il chiacchiericcio e le polemiche si smorzeranno e, finalmente, un nuovo film si accenderà sullo schermo.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
1 2 3 4 5 6 7
8 9 10 11 12 13 14
15 16 17 18 19 20 21
22 23 24 25 26 27 28
29 30 31