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Parliamo di cinema italiano all’estero perché perdiamo ogni anno 7 miliardi di euro di potenziale fatturato. Il dato incrocia le cifre fornite da Confindustria con quelle elaborate dalla Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale. Ogni anno nel mondo i consumatori spendono 7 miliardi di euro per comprare merci che non sono state prodotte in Italia (alimentari nella maggior parte dei casi) ma che utilizzano etichette, brand, imitazioni e patacche del tricolore e della italianità. Agganciare questa cifra al mercato del cinema è ovviamente una provocazione paradossale. Ma è utile per capire quale quota potenziale di mercato potremmo conquistare, se solo lo volessimo. Il marchio del Made in Italy rende ricche quelle aziende di altri paesi che, con faccia tosta e con furbizia malandrina, fanno leva su una componente irrazionale del mercato globale: il nostro tricolore. Anche quando è falso, spinge ogni anno i consumatori di tutto il mondo a spendere montagne di quattrini. Si tratta di un mercato immenso. Un ottimo motivo per parlare dell’internazionalizzazione del cinema italiano. Anche solo una minima parte di quel denaro farebbe volare la nostra industria cinematografica. Ovunque il brand Italia è sinonimo di qualità. Vale per l’automotive, per la moda e per il design in genere. Un posizionamento conquistato soprattutto con il cuore e con il talento. Resta da capire in che modo far di nuovo coincidere l’immagine del nostro cinema con quella dei grandi marchi italiani (così amati e così richiesti in tutto il mondo). Il tema non è banale. Ne ha parlato Riccardo Monti, presidente dell’Istituto Commercio Estero, al Lido durante un convegno sul futuro del cinema italiano organizzato per gli ospiti della 70ª Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. «Si deve internazionalizzare il prodotto», ha detto. Il cinema italiano, però, è distratto. Il festival veneziano diretto da Alberto Barbera per la Biennale di Paolo Baratta ha segnato un confine inedito. «Il cinema è morto, viva il cinema», ha sentenziato Barbera. A Venezia abbiamo visto un “cinema non-cinema”, freddo, asettico, estetizzante fino alla nausea. Un cinema così anaffettivo da far addormentare anche le coscienze di coloro che hanno sempre trovato nella Settima arte un ottimo terreno per dispute culturali, ideologiche e religiose perfino. Non una polemica, non una protesta, non un dibattito, nonostante i temi forti di molte delle pellicole selezionate per il Lido. Il Leone d’oro è andato ad un italiano, Gianfranco Rosi per il suo documentario sul Raccordo Anulare (la rivincita del documentario, hanno strillato tutti i giornali). Magnetico, un casting impeccabile, una fotografia magica, ma una regia, anche in questo caso, volutamente distaccata, come a prendere le distanze dal racconto e dai suoi personaggi. Come a sancire la morte dell’autore. Si tratta di una lezione da prendere con le molle. Barbera, alla fine, ha dovuto ammetterlo: la qualità media del prodotto italiano sta calando. E allora? Come si potrà rispondere adeguatamente alla domanda di prodotto cinematografico italiano che viene dai mercati internazionali? Nei prossimi mesi, un’iniziativa congiunta della Cinecittà guidata da Roberto Cicutto e dell’Ice guidato da Monti (una liaison inedita fra Mibac e Mise), riproporrà, in modo innovativo e più incisivo, l’offerta del prodotto italiano ai possibili buyers internazionali. Se non ci sarà un prodotto adeguato alle aspettative, l’operazione rischia di produrre risultati inferiori alle aspettative. Il trucco potrebbe essere proprio nella componente irrazionale del racconto cinematografico. L’estetica anaffettiva e fine a se stessa allontana il pubblico. Il cuore e l’onestà intellettuale invece lo avvicinano. Molti registi visti al Lido (come lo stesso Rosi) tengono la macchina da presa lontana dai volti dei loro protagonisti. Si dovrà convincerli ad avvicinarsi di più al soggetto della loro storia. Per percepirne gli odori e gli umori. Per coglierne i battiti del cuore. Lo ha fatto, per esempio, Costanza Quatriglio in Con il fiato sospeso, un’eccezione solitaria al Lido. Le battute finali dell’intervista con Alba Rohrwacher hanno fatto scattare più di una lacrima in sala. La sua era una storia di attualità, come quella di Rosi. Ma più intima e commovente (peccato che abbia trovato pochi soldi e abbia potuto girare solo mezz’ora, uno standard antitetico con il mercato e adatto solo ai festival). Internazionalizzare, dice Monti dell’Ice. Ha ragione. Autori e produttori diventino più complici di questo tentativo per riportare il nostro cinema all’estero. Il primato dell’immagine è fine a se stesso, anche al cinema. Per tornare a sognare, in Italia e nel mondo, c’è solo il cuore. «Bisogna far innamorare lo spettatore» dice uno come Enrico Ghezzi. Il resto sono chiacchiere. Lì fuori ci potrebbero essere sette miliardi di euro che aspettano solo noi.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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