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Delle due l’una. “Okkupare” è giusto e le leggi dello Stato non hanno più valore se non per gli stupidi che le seguono ancora. Occupare è un reato contro la comunità e quindi le espressioni di solidarietà verso gli “okkupanti” da parte del Quirinale sono un’apologia di reato odiosa e hanno un valore diseducativo inaccettabile. Hai voglia a parlare nei licei di “educazione alla legalità” se poi proprio il Capo dello Stato (non solo lui, a dire il vero) si “dimentica” del valore “erga omnes” del Codice Penale e Civile. Se si passa dal Cinema America al Teatro dell’Opera, ci si imbatte invece con la “metafisica” del sindacato. Una religione bigotta che ha messo il privilegio sull’altare del nuovo Baal contrattuale. Due sole immagini ma ci restituiscono un ritratto inquietante della situazione del cinema e della cultura in Italia. Non basta però. Mentre il sindacato, al Teatro dell’Opera e altrove, rivendica prebende e posizioni indifendibili, e gli intellettuali “belli” del nostro paese si sbracciano a solidarizzare con le “okkupazioni”, la gran parte del personale delle produzioni di cinema e tv vive nel precariato più ingiusto e indecoroso. Sono veri e propri intermittenti dello spettacolo (secondo una definizione francese) che nessuno difende. La mannaia delle imposte intanto, nell’indifferenza generale, si abbatte ogni giorno sulle loro teste. Ecco come. Secondo una normativa, che il Parlamento non vuole emendare o abrogare, troppo spesso vanno perduti i contributi che tecnici e artisti versano all’Enpals. Per essere considerati validi ai fini dei conteggi pensionistici, il singolo lavoratore deve accumulare un certo numero di giorni lavorativi nell’anno solare. Altrimenti, niente. I contributi vengono versati ma si “smarriscono” (si fa per dire) nei corridoi della burocrazia. Nel 2007 il musicista Enrico Dindo lanciò anche una class action. «Per ogni nostro concerto viene versato all’Enpals più del 30% del nostro cachet, ma nessuno di noi avrà mai diritto alla pensione», disse allora. Dal 2007 ad oggi sono passati sette anni. Siamo pronti a scommettere che non avete mai letto una riga su questa vertenza. Su nessun giornale. Mentre avrete sicuramente sentito parlare ovunque degli scioperi all’Opera di Roma e della sorte del Cinema America. Si tratta di un vero peccato. Quei contributi versati “inutilmente” all’Enpals, per esempio, potrebbero essere usati per rimpinguare le casse del Fus. Chi glielo va a dire però ai nostri parlamentari? I docenti di economia della cultura si sgolano a ripetere che, per rilanciare la cultura italiana, dobbiamo uscire dalla logica conservativa e museale. Secondo loro dovremmo tornare ad essere producer proattivi di cultura. Magari! La categoria dei lavoratori dello spettacolo (cinema, tv, musica, teatro) risente della crisi come chiunque altro in questo paese. A differenza di altri, però, non c’è nessuno che se ne cura. Il nostro cinema è troppo occupato a difendere gli “okkupanti”. I sindacati, da parte loro, hanno smarrito il senso stesso della loro identità. Produrre cultura, quella vera, in questa situazione diventa un sogno. Intermittente e inafferrabile, come solo i sogni sanno essere. www.lagiustadistanza.com

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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