e-duesse.it / Editorial(ist)i / Andrea Piersanti

navigation

Come è ovvio, si tratta di un argomento di cui in pochi vogliono parlare ad alta voce. Si tratta però della sfida più interessante per una svolta veramente moderna dell’industria del cinema italiano. Ecco, facciamo un respiro, e proviamo a lanciare il sasso nello stagno: le associazioni di categoria del cinema italiano hanno fatto il loro tempo. Sono nate in un periodo della storia del cinema italiano che è completamente diverso dall’attuale. Sessanta anni fa, nel pieno del boom economico, sembrò naturale che anche lo spettacolo dal vivo e il cinema si dotassero di strumenti associativi simili alla nascente Confindustria. Il cinema era florido e c’erano soldi per tutti. Le piattaforme di consumo mediatico, inoltre, erano rigorosamente divise e non erano interconnesse come lo sono oggi. I cinematografari potevano, a buon diritto, riunirsi e parlare dei fatti loro infischiandosene dei problemi degli altri settori. Adesso le cose sono, per usare un eufemismo, un pochino più complicate. Se ne sono accorte, per esempio, Rosa Maria Di Giorgi e Lorenza Bonaccorsi del Pd. A luglio hanno presentato un disegno di legge in materia di “Riassetto e valorizzazione delle attività cinematografiche e audiovisive, finanziamento e regime fiscale”. Nel progetto ci sono “cavalli di battaglia” di precedenti disegni di legge sul cinema, che però si sono arenati negli anni, come il “Centro nazionale del cinema e delle espressioni audiovisive” (sul modello francese) e il prelievo di scopo. «È una battaglia da fare. Molti si immaginano che la cosa si fermerà come è accaduto altre volte, ma non sarà così», dice Di Giorgi che però è ben conscia delle difficoltà. Nelle intenzioni programmatiche del disegno di legge c’è soprattutto quella di «eliminare le troppe dispersioni di competenze, creando un soggetto unico di riferimento». Nelle trattative politiche che saranno necessarie per mandare avanti il progetto legislativo (sponsorizzato da Mise e Mibact), i ministri e i parlamentari si troveranno allo stesso tavolo con i rappresentanti delle tante (troppe) associazioni di categoria del cinema italiano. Divisi, frammentati all’inverosimile, percorsi da invidie reciproche, gelosi in modo esasperato di ogni singolo centesimo pubblico che lo Stato assegna loro, difficilmente riusciranno a trovare un accordo per costruire una casa comune. Il motivo è semplice. Le associazioni di categoria del cinema italiano sono invecchiate. Non sono più, nonostante il make up, gli strumenti più adeguati per portare il cinema italiano a competere sui mercati internazionali e a discutere nuove formule di business con i giganti di Internet. La vera sfida quindi, con buona pace di ogni progetto di legge, sta nella riforma globale dell’associazionismo di categoria. Il nuovo cinema italiano che vuole uscire allo scoperto è scarsamente rappresentato e gli addetti ai lavori che non sono riusciti a trovare una poltrona nelle associazioni di produttori, distributori o esercenti, alla fine si stancano e se ne vanno a trovare fortuna altrove. Si tratta di un sistema chiuso alle sollecitazioni delle novità che ormai è diventato fin troppo simile alla “burocratia” di cui parlò Nanni Moretti a Piazza Navona nel 2002 («La ‘burocratia’ che sta alle nostre spalle non ha capito nulla»). Prima di unire le istituzioni (Cinecittà, Centro Sperimentale, eccetera), si dovrà pensare forse a una associazione unica dell’audiovisivo. Si dovrà ragionare su processi elettivi più trasparenti e democratici. Si dovrà smettere di assegnare le poltrone associative a portatori di interessi particolari e personalissimi. Si dovrà cominciare a riflettere su una drastica rivisitazione (spending review) degli sfarzi associativi di una volta. Se il Papa gira in Ford Focus, non si capisce perché ogni volta che il cinema italiano va al Quirinale, il piazzale si riempia di Mercedes e Audi blu. Alla faccia della crisi, direbbe un grillino di passaggio. Ma il problema, alla fine non è neanche questo. Il cinema italiano, per trionfare, ha bisogno di un ideale (rileggersi Rossellini, per esempio, aiuterebbe). La “burocratia” associativa invece non è in grado di esprimere una sola idea nuova, figuriamoci un ideale.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31