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Una fortunata pubblicità di una festa de L’unità di alcuni anni fa, parlava del “modello romano”. Lo slogan, coniato nel 2007, era un’invenzione di Andrea Mondello, uno dei collaboratori del Sindaco Walter Veltroni. L’economia della capitale cresceva così in fretta, diceva Mondello, che poteva essere presa come esempio “virtuoso” dall’intero paese (altri tempi, purtroppo). Negli anni del “modello romano” nacque anche il Festival cinematografico di Roma. L’intuizione di Goffredo Bettini fu accolta con entusiasmo. Dopo c’è stata un po’ di confusione. Alcuni direttori molto bravi (Piera Detassis così innamorata del migliore cinema italiano, Mario Sesti con il suo “extra” cinema) furono accompagnati alla porta senza tanti complimenti. A sostituirli venne chiamato “sua santità” Marco Müller. Un direttore ingombrante, con un grande ego anche se con una inequivocabile professionalità, apprezzata e riconosciuta in tutto il mondo. Bettini si infuriò. Minacciò sfracelli ma in quel periodo (Alemanno in Comune e Polverini in Regione) potè fare ben poco. Se ne andò nell’estremo Oriente e tornò giusto in tempo per cucinare il prevedibile successo elettorale di Marino. Nel mondo del cinema si scatenò la curiosità: e adesso che succederà a Müller? Le voci si rincorsero senza posa. Il “supermarco” del cinema se ne andrà in Russia, dicevano alcuni. Ha già disdetto il contratto di affitto della sua casa romana, dicevano altri. Nel giorno della conferenza stampa del festival romano, però, le simpatiche assessore alla cultura di Regione Lazio e Comune di Roma, Lidia Ravera (in modo esplicito) e Flavia Barca (in modo indiretto e senza citarlo), hanno confermato la propria fiducia al “direttore più bravo del mondo”. Difficile sostituirlo in corsa, hanno detto quasi tutti, anche i suoi detrattori. Dove lo trovi un altro come lui, hanno insistito i più integrati. Gioca a favore di Müller la sua abilità, molto romana, di farsi benvolere dai politici di turno. C’era riuscito con Polverini che aveva sponsorizzato la sua nomina (anche se i ben informati raccontano di alcuni incontri di fuoco fra i due che non pochi giornalisti avrebbero fatto carte false per raccontare in quei giorni di tempesta). C’è di nuovo riuscito oggi con Zingaretti/Marino regnanti e con Ravera/Barca benedicenti. Beh, verrebbe da chiosare, hanno fatto la cosa giusta. Il festival di Roma non sarebbe sopravvissuto ad un nuovo cambio di cavallo in corsa. C’è anche da dire che Müller è veramente molto bravo. Se non fosse per quelle pose da “pontefice” del cinema, sarebbe anche simpatico e, al netto dell’ego, i suoi festival valgono sempre la pena. Basta. Rimane il tema del “modello romano”. Suscita perplessità, per esempio, la concorrenza irrazionale fra il festival della fiction e quello del cinema. I produttori televisivi che fanno parte dell’associazione di tipo confindustriale, che organizza il festival della fiction diretto da Steve Della Casa, sono anche produttori di cinema e siedono su poltrone dell’Anica che sovrintende alla manifestazione cinematografica della capitale. Difficile capire perché non riescano a fare pace con il cervello e a mettersi d’accordo con loro stessi per costruire uno staff organizzativo unico e “ottimizzare” un po’ le cose. C’è poi il tema “delicato” della Melandri, al Maxxi. Ha chiamato Mario Sesti, orfano del suo “Extra”, e gli ha fatto organizzare una rassegna cinematografica nel museo. A due passi dal Parco della Musica dove si svolge il festival del cinema. Roma poi ha una Film Commission un po’ sfigata, abbandonata a se stessa da Comune e Regione, relegata in due camere e cucina a Cinecittà nonostante che ora la Ravera abbia promesso di metterci testa e di investire la somma di centomila euro. Ci sono infine le mega major Usa che scelgono Roma (ma non il festival) per le loro anteprime. Su tutto grava l’ombra di Bettini che sembrerebbe finalmente nelle condizioni per vendicarsi dell’affronto subito con la nomina di Müller. Se veramente si tratta di un “modello romano”, resterebbe da dire che è un po’ scombiccherato. Nelle analisi di profondità però si scopre una cosa sorprendente. Il programma di Müller è di dare a Roma una centralità inedita nelle attività di promozione del cinema. Il festival, ha detto più volte Müller, è solo uno strumento per costruire un’offerta di anteprime cinematografiche senza precedenti nel mondo. Per far sognare il popolo di tutti gli spettatori “comuni” e non solo i cinefili duri e puri, Müller dixit. Un programma simile, se non identico, a quello di Bettini. Un “modello romano” che piacerebbe a entrambi. Se Müller, quindi, il giorno dell’apertura del Festival, esclamasse “aridatece Bettini”, non dovremmo stupirci. I due “pontefici romani” sono fatti per andare d’accordo.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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