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Parlare di censura in Italia è difficile. Non solo per colpa dei cattolici, ovviamente. L’argomento è stato usato sempre in chiave politica. Per rivendicare il primato di una laicità da contrapporre al presunto bigottismo della Chiesa o per rivendicare la paternità di una parte politica (la sinistra) sui temi della libertà di espressione. Il dibattito ha assunto in qualche sporadica occasione anche i toni della farsa. Come nel caso di Tinto Brass. Femministe e comunisti duri e puri furono costretti, loro malgrado, a scendere in campo per rivendicare la qualità artistica del primo piano sul sedere nudo di Stefania Sandrelli (La chiave del 1983). Il tema però è serio. Un giornale importante come il Corriere della sera ha deciso di lanciare una campagna per la riforma della censura amministrativa. Si tratta di norme vetuste (risalgono agli anni Sessanta) e, in un combinato disposto infernale con la Mammì, servono anche a stabilire, ancora oggi nel terzo millennio, se un film di Luchino Visconti debba essere tagliato da oscuri funzionari televisivi per essere ritrasmesso in prima serata. Per affrontare il tema con un minimo di serietà sarà il caso quindi di provare a sfatare alcuni luoghi comuni. Il primo, il più ingombrante, è quello che riguarda l’atteggiamento dei cattolici. Basterebbe “La Lettera agli artisti” scritta da Giovanni Paolo II nel 1999, per ricordare che una Chiesa evangelizzatrice e missionaria non può che essere la migliore alleata della libera espressione creativa. «Per trasmettere il messaggio affidatole da Cristo, la Chiesa ha bisogno dell’arte», diceva il Papa. Solo un artista pienamente libero e adulto, secondo i cattolici, può trovare quell’ispirazione “divina” in grado di trasformare la propria opera in un atto preterintenzionale, in grado cioè di portare lo spettatore oltre ai confini della percezione e delle intenzioni dello stesso autore. «Al cinema – ha scritto nel 2006 un laico come Jean Louis Comolli, regista, critico e caporedattore dei Cahiers du cinema – la regia, la scrittura di un film, quando sono forti, si ergono contro il nostro desiderio di vedere – e – sapere e lo costringono a un’elaborazione più potente della semplice soddisfazione dei piaceri, delle voglie. Il cinema va contro le saturazioni automatiche e le facili soddisfazioni cui fanno mediamente ricorso gli spettacoli». Solo una decina di anni fa le tre principali associazioni dei genitori (che eleggono i propri rappresentanti nelle famigerate commissioni censura del Ministero) organizzarono un convegno presso l’Anica per lanciare una proposta rivoluzionaria: abolire la censura. L’idea era di importare anche in Italia il rigido sistema americano dove sono le stesse major a farsi carico di stabilire il rating di età. In caso di violazione della legge sul comune senso del pudore sarebbe intervenuta direttamente la magistratura. Quella proposta è ancora valida. La censura dello Stato, infatti, non è mai stata una garanzia per nessuno (è il secondo luogo comune da sfatare); si tratta al contrario di un alibi che spesso copre vere e proprie nefandezze culturali e morali. Il tema della difesa della sensibilità dei minori inoltre non può essere affidato in via esclusiva ad alcune categorie sociali (i genitori, per esempio) o culturali (i cattolici). Si tratta di un tema che interroga la coscienza e la responsabilità dell’intera società civile e, soprattutto, di chi produce. La censura invece ottiene l’effetto contrario: deresponsabilizza gli individui all’interno della perversa dinamica di uno Stato paternalista che, continuando così, fra poco finirà per non considerarci capaci neanche di attraversare la strada. Il terzo luogo comune da confutare è infine quello della inamovibilità delle norme nonostante l’evoluzione della tecnologia. Il sistema del “Parental control”, adottato in Italia da Sky e da Telecom, restituisce al dialogo fra genitori e figli un ruolo centrale nel dibattito su cosa vedere e cosa invece è meglio censurare, almeno dentro casa. Si tratta di una tecnologia amica che potrebbe far fare un passo in avanti anche alle polemiche. Ma, forse, è tutto inutile. Mentre noi discutiamo della vecchia censura, i nostri figli sono sul web. A vedere cosa? Nessuno lo sa.
www.lagiustadistanza.com

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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