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Effetti della globalizzazione bastarda. I giovani non amano il cinema d’autore. Meglio zombie e mostri in universi lontani ed esotici. Con buona pace di anni di impegno cinematografico italiano. Mentre nei nostri festival trionfa la versione più recente e aggiornata del neorealismo (il documentario), i ragazzini sul web si appassionano solo al genere fantasy e splatter. A Napoli si è chiuso a novembre il concorso “Lo schermo e le emozioni” organizzato da Cinemonitor, dalla Ad Hoc Film (produttrice di Silvio Forever) e dall’ARCI Movie di Ponticelli. Gli adolescenti delle scuole napoletane sono stati invitati a proporre idee e soggetti per il cinema e la tv. «Lo stupore maggiore l’ho provato nel verificare che la stragrande maggioranza dei soggetti pervenuti, anziché occuparsi della realtà napoletana, che da Gomorra in giù ha offerto non pochi spunti cinematografici a molti registi (adulti) non solo italiani, si è invece misurata con mondi lontani mille miglia», ha detto Roberto Faenza che era in giuria. Un ragazzo ha scritto un soggetto su due personaggi degli ultramondi. Un altro ha preso spunto da Shakespeare per immaginare una guerra tra universi immateriali contrapposti. Tre ragazzi hanno ambientato il racconto nel 2043, dove di umanità ne è rimasta assai poca. Un’altra ancora ha scritto una storia che ha luogo in California nel mondo discografico. E così via. Non deve stupire il disinteresse dei giovani per la cultura locale e per i problemi del proprio cortile. La nuova offensiva che la Hollywood della tv ha scatenato in tutto il mondo, sull’onda del successo di Lost di J.J. Abrams, ha modificato radicalmente l’immaginario di riferimento dei giovani italiani. Tramite l’offerta di Sky e, soprattutto, grazie allo streaming e al downloading sul pc, i nostri ragazzi hanno imparato a sognare in un’altra lingua. Uno psicologo potrebbe dire che si tratta dell’unica via di fuga che è stata lasciata a questa generazione. Schifati dalla politica e disgustati dalla corruzione e dal malaffare del mondo degli adulti, i ragazzi si rifugiano in un mondo di fantasia dove sono loro a dettare le regole del gioco e dove il disagio quotidiano viene sublimato negli schizzi rosso vermiglio di un mostro immaginario. L’analisi, pur corretta, di registi come Faenza, invece, si ferma al dato di superficie. «Povero cinema d’autore, vien da pensare. Non griderò allo scandalo, ma certo fa pensare. Questa assenza di interesse per le tematiche reali porterà alla fine del cinema d’autore? Urge risposta», ha scritto Faenza. Il tema però è più grande. Nel dopoguerra, gli autori del neorealismo avevano saputo interpretare il malessere globale. I giovani di allora trovarono uno stimolo culturale molto potente nell’impegno e nella voglia di ricostruire un mondo migliore. Oggi, con il passaggio al nuovo millennio e nonostante il trionfo della globalizzazione digitale, per la seconda volta, una generazione di giovani incolpevoli sta per ricevere in eredità un mondo peggiore di quello in cui hanno vissuto i genitori. Il mito del “neorealismo” però non funziona più. La tragedia è diventata metafora. Un esempio? Eccolo. Sullo schermo corrono le immagini di un nuovo episodio di The Walking Dead, il potente serial della AMC. Un adulto commenta: «Film razzista. La superiorità della razza dei vivi si accanisce sui diversi, sugli zombie». Un ragazzo reagisce con forza. «Macché. Non hai capito niente. La malattia che trasforma i vivi in zombie colpisce tutti indistintamente. Non ci sono esseri superiori. I vivi, inoltre, per sopravvivere, fanno cose orrende. I veri mostri siamo noi». Un neorealismo metaforico, per così dire, al quale la generazione dei cineasti italiani del dopoguerra non è abituata. Se cominciassimo a dare spazio al cinema di genere forse si potrebbe ristabilire un legame fra il pubblico dei giovani e la creatività italiana. Forse.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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