e-duesse.it / Editorial(ist)i / Andrea Piersanti

navigation

John Malkovich e Robert Rodriguez hanno fatto un film che nessuno potrà vedere per i prossimi cento anni. Fino al 2115. “November 2115. Not Coming Soon” è la scritta che compare alla fine dei tre teasers del film che si intitola 100 years e che è stato realizzato come parte di una nuova campagna pubblicitaria del “Luigi XIII Cognac”, un liquore ultra-lusso che viene invecchiato per 100 anni prima di essere messo in vendita. Il film, rigorosamente in pellicola, è stato riposto in una speciale cassaforte a tempo insieme con una bottiglia del Cognac. Nessuno potrà aprirla fino al 18 novembre del 2115. «Luigi XIII è una vera e propria testimonianza della padronanza del tempo e abbiamo cercato di creare un pezzo proattivo d’arte che esplorasse il rapporto dinamico fra il passato, il presente e il futuro», ha scritto in un comunicato stampa, con uno stravagante sforzo di fantasia, il direttore esecutivo del “Luigi XIII Cognac”, Ludovic du Plessis. In Rete circolano tre teasers della durata di circa un minuto e mezzo. All’inizio si vede John Malkovich riporre film e cognac nella cassaforte. Taglio di montaggio e, cento anni dopo, è di nuovo Malkovich, ma questa volta insieme con Shuya Chang, ad assistere all’apertura della cassaforte a tempo. La stessa scena è stata ripetuta tre volte. A cambiare ogni volta è lo scenario. Sono tre descrizioni diverse di come potrebbe essere la terra fra un secolo. «Quando il progetto è stato presentato la prima volta, c’erano diverse opzioni su come sarebbe stato il futuro fra cento anni» ha detto Malkovich. «Un’opzione era per un futuro incredibilmente high tech, addirittura oltre la versione attualmente computerizzata del mondo. Un’altra era per un post-Chernobyl, con il ritorno alla natura in una civiltà ormai semi distrutta. C’era infine una visione di un futuro un po’ retrò, come veniva immaginato nella fantascienza degli anni 40 o 50». Ma il film, quello vero, nessuno lo potrà vedere. I tre teaser infatti non raccontano e non mostrano niente della pellicola realizzata da Malkovich e Rodriguez e che è stata sigillata nella cassaforte a tempo in compagnia di una bottiglia di Cognac. Il film, quello vero, non si potrà vedere quindi per i prossimi cento anni. A un migliaio di happy few però sarà recapitato un biglietto di metallo con un invito paradossale per un evento che è stato schedulato a un secolo esatto a partire da oggi. Fra un secolo, gli eredi di quel migliaio di happy few potranno così finalmente gustare l’anteprima più attesa della storia del cinema. Ironia a parte, sarebbe poi il colmo se quel film fosse una schifezza. Tornando con i piedi in terra, resta da dire che descrivere nei dettagli questa improbabile iniziativa di marketing è solo cattivo giornalismo (chiedo scusa). Nei tempi che viviamo, però, è anche fonte di ispirazione per uno strano esercizio di analisi del presente. Pur senza scomodare Malkovich o Rodriguez, anche noi abbiamo un cinema che non si può vedere. Si tratta di quei film che rimangono chiusi nei cassetti di scrittori e produttori indipendenti perché il mercato o le mode ne sconsigliano la realizzazione. Si tratta anche di quei film che alla fine vengono miracolosamente portati a termine e che poi però sono mortificati (e resi invisibili) da una distribuzione a maglie troppo strette (come è stato denunciato recentemente anche da Cicutto). Questo cinema casalingo che non si può vedere è quindi proprio quello che invece noi vorremmo vedere. E senza aspettare cento anni. La programmazione, in certe stagioni, suscita sospiri di malcontento. La qualità e la creatività, troppo spesso, “are not coming soon”. Purtroppo. Per fortuna si avvicinano le feste. Almeno quelle. Potremmo consolarci così con un po’ di cognac. Auguri. Sul serio. Auguri a tutti.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
  1 2 3 4 5 6
7 8 9 10 11 12 13
14 15 16 17 18 19 20
21 22 23 24 25 26 27
28 29 30 31