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Che ci importa del digitale, premessa. Lo ha detto Riccardo Tozzi (Anica) in occasione della presentazione del consuntivo 2013 del cinema italiano: dobbiamo imparare a intercettare i nuovi pubblici digitali e iperconnessi. Lo ripete spesso Silvio Maselli (Anica): per promuovere il cinema sul web e incontrare la domanda dei nativi digitali, dobbiamo andare sui social network, in modo innovativo e più performante. Se ne è parlato a dicembre con Riccardo Monti (Istituto Commercio Estero), nel corso di una riunione con Roberto Cicutto (Cinecittà), lo stesso Tozzi, Lamberto Mancini (Festival Cinema Roma), Francesca Medolago e Roberto Stabile (Anica) per elaborare le prossime strategie di promozione del cinema italiano all’estero: per adeguarci ai nuovi standard di mercato, ha suggerito Mancini, si dovrebbe cominciare a presidiare il web in modo diverso, anche sui mercati internazionali. Del digitale, insomma, si è accorto anche il cinema italiano. Il digitale infatti, fra downloading illegali (un incubo ormai anche per i produttori meno alfabettizzati sui temi dell’informatica) e nuove strategie di marketing sul web, è diventato un tema fisso di tutti i dibattiti sul cinema italiano. Ecco tre idee per cominciare a passare dal dire al fare.
Che ci importa del digitale, prima idea. Un prototipo di presidio innovativo sul web per la promozione del cinema italiano all’estero. Un esperimento che si potrà testare in un paese e che poi potrà essere clonato in altri mercati. Si tratta di un nuovo modello di web tv dedicata al cinema italiano (con un proprio canale anche su Youtube) che proporrà e stimolerà l’engagement degli utenti (video “user generated” e attività sui social metwork) sui temi legati alle icone del nostro cinema e anche, più in generale, del “made in Italy”. L’attività “social” degli utenti sarà supportata dai teaser e dai trailer dei nostri film e dai nuovi “video-racconti” (pensati per il web) dei grandi marchi del design o del food italiano. Grazie alle attività “social” di engagement si otterrà una profilazione quantitativa e qualitativa dei gusti e dei comportamenti degli utenti di quel paese interessati al prodotto italiano. Sarà uno strumento di marketing di profondità per migliorare le nostre performance commerciali all’estero. Nel breve e nel medio termine inoltre si individuerà sul web di quel paese una comunità fortemente interessata all’Italia e alla quale si potranno vendere direttamente, online e on demand, i nostri film. Si tratta, ovviamente, di un modello che potrebbe essere replicato anche in Italia. Perché no?
Che ci importa del digitale, seconda idea. Si tratta, facile a dirsi, del “Registro unico digitale dei diritti dell’audiovisivo”. Più complicato a farsi. Vero. Si stanno però creando delle condizioni favorevoli che sarebbe da sciocchi sprecare. In occasione dell’Expo 2015, l’Agenda Digitale guidata da Francesco Caio, potrebbe collaborare attivamente ad un progetto simile (lo sta già facendo per altri comparti industriali, come il turismo). Con l’arrivo di Netflix e della Google Tv, il cinema italiano rischia di perdere il timone del proprio business. Per recuperare credibilità e terreno sul confine insidioso del Content Right Digital Management il cinema italiano (e europeo) dovrà sbrigarsi a standardizzare i criteri di compilazione dei diritti del proprio audiovisivo. L’Agenda Digitale ha già cominciato a parlarne con Rai e anche con Anica. Si tratta della madre di tutte le sfide.
Che ci importa del digitale, terza idea. La prossima assemblea digitale europea, probabilmente, si terrà in Italia durante il semestre italiano. Non sarà un convegno di bla bla, ma la vetrina di nuove iniziative e la palestra di soluzioni legislative. Lo scontro commerciale sulla “differenza culturale” con gli Usa non è ancora stato risolto. L’assemblea digitale europea potrebbe essere il luogo adatto per individuare, con gli altri partner europei, ipotesi di soluzioni innovative, digitali insomma.
PS. Ringrazio Carlo Mazzacurati non solo per avermi regalato il titolo della mia rubrica e del mio blog ma anche e soprattutto per la poesia lieve e mai banale del suo cinema.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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