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Virzì e Guadagnino litigano mentre sono in Usa per Oscar e Golden Globe. La D’Amico incassa con fair play, ma con faccia scura, l’epiteto di “collaborazionista” che il suo predecessore alla direzione della Casa del Cinema di Roma, Felice Laudadio, le lancia da un’affollata conferenza stampa. Nel frattempo gli autori cinematografici mandano a dire ai trionfatori della stagione, Zalone, Brizzi, Genovese e Albanese, che il loro non è vero cinema ma solo una specie di sottoprodotto della tv. Le altre associazioni di categoria (ma quante ce ne sono in Italia?) se la prendono con gli Enti Locali di Roma e del Lazio perché vogliono razionalizzare gli investimenti cinematografici nella Capitale dopo gli anni chiassosi ma un po’ confusi di Veltroni, Bettini e Marrazzo. Produttori, distributori e esercenti intanto si insultano a vicenda per la tassa di scopo sul biglietto cinematografico, prima richiesta al Governo e poi subito contestata. Per non farsi mancare nulla, c’è anche una contrapposizione tutta interna al cinema pubblico, con il presidente e l’amministratore delegato di Cinecittà Luce schierati pubblicamente contro il proprio azionista, il ministro Sandro Bondi. Tutto questo mentre Nanni Moretti minaccia sfracelli per un’anticipazione giornalistica non concordata sul suo nuovo film. E così via, all’infinito (non abbiamo citato, infatti, i guai della Fondazione Fellini, le frizioni a Venezia, i problemi che gravitano su Taormina, gli scontri fra intellettuali a Torino, le competizioni fra i grandi premi cinematografici italiani, gli strilli dei documentaristi, eccetera, e ancora bla bla bla). È un elenco da capogiro, con proteste, litigi e polemiche in un momento che tutto sommato è quello meno indicato per il malumore. Le cose infatti, dopo anni di incertezza, hanno preso la giusta direzione. Addirittura in controtendenza con ciò che accade nel resto del mondo, si registra una presenza in crescita del pubblico nelle sale, un maggiore interesse per i film italiani e un’inedita e commovente vampata di moderna professionalità nella nuova generazione di imprenditori del cinema. Ma invece di fare festa è scoppiato il caos. Un vero e proprio “caos cinema Italia”. Una sorta di guerra fratricida di tutti contro tutti. Con battaglie sibilate a labbra strette, cose dette a tizio perché vengano riferite a caio e con scaramucce strillate vacuamente sulle agenzie di stampa. Maria Rosa Mancuso, sul Foglio, li ha chiamati i “cinepiagnoni”. Una definizione brillante e tristemente azzeccata. Rimane quindi una sola domanda: perché? Perché il cinema italiano si caratterizza per questa sua paradossale e parossistica capacità di litigare (manco fosse il villaggio gallico di Asterix e Obelix)? La risposta potrebbe essere complessa ma, nello stesso tempo (ed è questo il timore più grande) anche fin troppo semplice. Diceva Pio XII, che «il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato». Alcuni protagonisti del cinema italiano, quelli più litigiosi, sembrano animati da un anacronistico spirito conservativo. Sono conservativi e suscettibili. Temono di perdere i privilegi acquisiti e così si arrabbiano per un nonnulla. Sono sempre in guerra. Contro il ministro, contro il comico fortunato, contro il collega più giovane, contro i giornalisti. Con la giusta distanza e con più serenità si potrebbero fare analisi più simili a quelle del bambino della favola di Andersen che all’improvviso grida “il re è nudo”. Non da noi. Il problema vero infatti è che la giusta distanza è stata annullata. Troppi conflitti di interesse, troppe poltrone da difendere digrignando i denti, troppe inadeguatezze personali da nascondere con la demagogia. Un mio caro amico, un anziano sacerdote che ne ha viste tante, una volta che mi trovò parecchio agitato (inveivo contro il mondo), mi chiese: di cosa hai paura? Già, di cosa abbiamo paura?
P.S.: nel suo piccolo anche questa rubrichetta (“temini” li chiamava il critico cinematografico del Corriere della sera, Giovanni Grazzini) ha suscitato il suo vespaio. Qualcuno si è lamentato. Alcuni con affetto, con garbo e con qualche ragione. Altri invece... Ma di cosa hanno paura?

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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