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Come nel film dei Coen, Burn After Reading, chissà se anche i protagonisti delle polemiche legate alla nomina del nuovo direttore del Festival di Roma avranno, alla fine, almeno la forza autoironica di esclamare: «Cosa abbiamo imparato da questa storia?... Niente! Bè almeno abbiamo imparato a non rifarlo più... Ma non abbiamo fatto niente!... Che ca**o di casino!». Purtroppo però, indipendentemente dalle scelte romane, il nome di Marco Müller intanto resterà legato, per sempre, al fallimento di un’utopia, quella di un cinema senza la politica. Non che gli addetti ai lavori non possano avere idee politiche proprie, ci mancherebbe anche questa. Ma quello che abbiamo capito noi, nei giorni convulsi e ghiacciati delle trattative romane, è che il cinema italiano ha trescato troppo con la politica di palazzo e che, per questo motivo, adesso rischia di autodistruggersi. Müller non è stato il primo e, temiamo, non sarà neanche l’ultimo. Si tratta di un ottimo professionista che ha dato molto al festival di Venezia. Ma è stato prima bloccato e poi molto bistrattato sulla soglia di un incarico, quello di Roma, che avrebbe potuto avere lo stesso senza neanche scomodarsi a chiederlo. Vittima o carnefice? Non lo sappiamo. Un errore però lo ha commesso: ha pensato che la politica potesse essere una scorciatoia. Non è il solo, è vero. Ce ne sono molti. Persone per bene, innamorate del cinema, competenti e appassionate, colte e preparate. Veri e propri addetti ai lavori. Che però, alla fine, hanno una sbandata per il palazzo. Ne rimangono affascinati e scioccati. Perdono la ragione. Alcuni, per un periodo di tempo limitato. Altri, invece, per sempre. Ce ne vengono in mente tanti. Ma sarebbe ingeneroso farne i nomi oggi. Alcuni di loro infatti, come forse sta accadendo a Müller, poi rimpiangono quella sbandata. Altri invece non ne sono mai pienamente consapevoli, fino a quando siedono sui loro alti scranni. Si tratta di una malattia diffusa. Colpisce, paradossalmente, anche i politici. Pensiamo alla sincera e appassionata assessore Fabiana Santini della Regione Lazio, stranamente silenziosa sull’affaire Müller. Pensiamo al dinamico e simpatico collega della Santini al Comune di Roma, l’assessore Dino Gasperini. Entrambi sono stati tirati dentro una questione complessa che, purtroppo, niente aveva a che fare con la loro competenza stretta: le attività culturali. Gli addetti ai lavori e gli artisti producono perfomance migliori se vengono lasciati liberi di esprimere le loro potenzialità. I festival, senza il peso della politica politicante, sarebbero più belli e più attraenti, anche per gli stranieri. La politica, che eventualmente decidesse di sostenerli, ne potrebbe così ricavare un vero vantaggio per la comunità, che poi è il fine ultimo di ogni azione politica. Ma invece le “menti pericolose” degli addetti ai lavori vengono invischiate e torchiate nei meccanismi di palazzo. Il risultato è il fallimento di una utopia. Rimane così solo un sogno: la visione di un’arte e di una politica che possano essere connesse solo dal desiderio di perseguire il bene, il vero e il bello. Un sogno, un’utopia, appunto. Peccato. «Che ca**o di casino».

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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