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Festival di Roma, ne avessi azzeccato uno. Avevo scritto di Luciano Sovena, Francesca Via e Lucia Milazzotto. Hanno nominato Piera Detassis, Antonio Monda e Lucio Argano. Per carità, nulla di grave tranne che per il mio amor proprio. Ma anche di quello, alla fine, chi se ne frega. C’è infatti una constatazione più importante di cui prendere atto. Sono invidioso. Piera Detassis e Antonio Monda sono stati chiamati a fare il lavoro che io amerei svolgere in questa fase della mia vita. Sono invidioso e non riesco a contenere questo sentimento. Antonio Monda è il titolare di un esclusivo salotto a Park Avenue, Manhattan, ha una pagina Wikipedia che neanche Wittgenstein, ed è amico di gente come Martin Scorsese, Bill Murray, Jeff Goldblum e Wes Anderson. In uno spassosissimo extra dvd di Le avventure acquatiche di Steve Zissou, Monda interpreta se stesso come conduttore di un format tv surreale intitolato “MondoMonda”. Pause con le labbra modello “duck face”, domande pensose, vuoti cosmici. Autoironico e molto divertente. Ma anche talmente convincente che, per mesi, Monda ha dovuto subire la simpatica aggressione dei suoi amici cineasti che avrebbero volentieri fatto a botte pur di essere invitati in una trasmissione televisiva che nemmeno esisteva. Adesso, Monda è il nuovo direttore del festival di Roma. Supportato dal nuovo mercato multipiattaforma e crossmediale inventato da Anica e Apt, avrà la possibilità di mischiare generi e linguaggi. Perché non dovrei invidiarlo? Piera Detassis ha un’editrice ingombrante, Daniela Santanché. Come farà ad impedirle di occupare tutte le sere il red carpet? Problemi suoi e comunque futili. Rimane il fatto che invidio anche la Detassis. Da sempre direttrice di una rivista di cinema, la Detassis ha avuto il merito di inventare, con le geniali strisce di Disegni e Caviglia, il primo format di critica cinematografica postmoderna, dadaista e situazionista. Adesso ha preso il posto di Paolo Ferrari. Me lo chiedo: perché non dovrei invidiare anche lei? Girerà il mondo a spese del Comune di Roma e della Regione Lazio per parlare con i direttori dei festival più importanti del mondo e con i registi e gli attori più amati. Sono invidioso. Lo ammetto. Ecco (sospiro), l’ho detto. Adesso posso dire anche altro. Impressiona il fatto che Monda e Detassis siano gli stessi che vennero chiamati da Goffredo Bettini alla prima edizione del Festival di Roma, nel 2006. Non era un segreto per nessuno allora che i due, insieme a Giorgio Gosetti (che adesso è alla Casa del Cinema), Mario Sesti (che invece è al Maxxi), eccetera, fossero stati cooptati in un inedito format di direzione collettiva per non fare ombra al vero dominus della manifestazione, e cioè a Bettini stesso. Il cinema cambia in tutto il mondo. Qualcosa si muove anche da noi. Gli unici che sembrano non accorgersene siedono al comune di Roma e alla Regione Lazio. Invece di sfidare il futuro rivoltando completamente il tavolo del Festival di Roma (che so, avrebbero potuto chiamare Pif e i Jackal a dirigerlo, dico per dire), si sono limitati a volgere lo sguardo al passato. Non sono un dietrologo e non credo nella teoria delle scie chimiche. Il dubbio, però, rimane. Come mai, Marino e il suo invisibile assessore alla cultura, per non parlare della coppia di fatto Zingaretti - Ravera, non sono riusciti ad esprimere una sola idea originale? È possibile che, nelle pastosità vischiose e opache del PD romano, si sia riaffacciato il potere cardinalizio e ovattato di Goffredo Bettini? Anche a non voler pensare male (Andreotti docet), posso però sempre immaginare il set di MondoMonda nella finzione inventata da Wes Anderson per l’extra dvd del suo film. Antonio Monda e Piera Detassis nelle poltrone sul palco. Un giornalista, dal fondo della sala, domanda: «Goffredo Bettini ha avuto un ruolo nella vostra nomina? Lo avete sentito recentemente? Lo inviterete alle proiezioni?». Silenzio. Macchina ferma. Occhiali neri sul naso. Labbra “duck face”. Dissolvenza.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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