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La censura è finita censurata. Fa riflettere il veloce (sbrigativo) iter legislativo che ha permesso al ministro Franceschini di promulgare la riforma del settore dell’audiovisivo. La Di Giorgi e la Bonaccorsi avevano provato a seguire un cammino più tradizionale, fatto di consultazioni e della ricerca di alcuni compromessi. Alcuni anni fa, l’altra riforma del settore voluta dall’allora ministro Urbani era stata varata solo dopo un lungo ed estenuante lavoro di mediazione. Il tema della censura, per esempio, era rimasto allo stadio virtuale. Urbani aveva capito bene che il meccanismo era ormai stato usurato dal tempo ma, nello stesso tempo, aveva anche toccato con mano la complessità antropologica, prima ancora che politica, del mondo che agiva all’interno di quelle commissioni. Alla fine aveva deciso così di lasciare perdere. Il tema tutto sommato non era prioritario e le cose utili da fare per il cinema, prima di riformare la censura, erano ancora tante. Adesso invece il ministro Franceschini, con piglio renziano, ha dato il benservito al lavoro delle due compagne di partito Di Giorgi e Bonaccorsi (e alla legge Urbani), e ha varato una riforma che per accontentare il proprio ego governativo somiglia più ad un pasticcio “fast food” che ad un piatto gourmet di gran cucina. Ecco un paio dei sapori, per dirla con “Masterchef”, che proprio non c’azzeccano con un progetto gourmet di largo respiro per il futuro del cinema italiano. I problemi della nostra cinematografia si annidano nei corridoi di alcune istituzioni di settore e nella capacità industriale di formare nuovi talenti (sono più di 160 i cortometraggi che corrono quest’anno per il David ma quanti di questi piccoli film sono appena al di sopra della soglia della sufficienza professionale?): si tratta di due nodi strategici che la legge Franceschini non ha neanche preso in considerazione. In compenso ha spalmato le competenze sull’audiovisivo nel mare infido dei conflitti di competenza interministeriali. Il Mibact e il Mise avranno voce in capitolo sui finanziamenti ma la nuova consulta dello spettacolo che ripartirà le risorse avrà come unico “presidente” il ministro del Collegio Romano. Con buona pace di Via Veneto. Facile immaginare gli impantanamenti prossimi venturi fra le diverse burocrazie per il controllo dei fondi. Basterebbe andare a riguardarsi alcune difficoltà di collaborazione fra Mise e Mibact che, in questi ultimi anni, non sempre hanno contribuito ad una efficiente promozione internazionale dei nostri film. C’è poi la censura. Abolita, senza un fiato, senza un ripensamento. Le associazioni di produzione si autoregolamenteranno, come negli Usa, è stato detto. Fra il dire e il fare, però, c’è di mezzo l’Anica. A quali dinamiche (opache o trasparenti?) sarà affidato il nuovo rating dei film? E le associazioni di spettatori, dopo decenni di servizio, sono state consultate? Sembra veramente una scena di “Masterchef” con il giudice Cracco che, senza proferire verbo, scruta negli occhi il povero Franceschini, un attimo prima di buttarlo fuori dalla cucina.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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