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La prossima sfida per il sistema festivaliero romano è quella di tramutarsi nel primo laboratorio politico bipartisan del cinema italiano. Il vero problema a Roma, come altrove, è infatti la mancanza di dialogo. Alcuni esempi? Il centrosinistra, invece di cavalcare la candidatura avanzata da Alemanno di un tecnico più di sinistra che di destra come Marco Muller, ha sparato a palle incatenate bloccandone la discesa a Roma. Anche la nomina di Caterina D’Amico alla Casa del Cinema è stata salutata da futili contestazioni. E il centrodestra? La nomina di Aurelio Regina alla guida dell’Auditorium voluta da Gianni Alemanno, per esempio, non ha convinto né Renata Polverini né Fabiana Santini, assessore cultura del Lazio. La morte politica prematura di Umberto Croppi, ex assessore cultura di Roma, inoltre, ha fatto saltare il tavolo del dialogo sul futuro dei festival cinema e fiction che la Regione Lazio aveva aperto in tempi non sospetti con il Comune. Ora i pontieri sono al lavoro e Dino Gasperini (il successore di Croppi) sta cercando di risalire la china con determinazione e buona volontà. Si tratta di un’attività febbrile ma che apparentemente finora ha prodotto poco. I temi sul tappeto, infatti, sono numerosi e sono troppo grandi perché possano essere affrontati senza una reale condivisione politica strategica. Oltre alle difficoltà di dialogo interne ai due schieramenti, c’è da considerare infatti il ruolo che Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma e terzo socio del sistema festivaliero romano, ha intenzione di giocare fino in fondo e senza sconti. Zingaretti è virtualmente già in campagna elettorale per il Comune di Roma, una corsa che è accompagnata dal sorriso di Goffredo Bettini, braccio destro di Veltroni e vero inventore e fondatore del Festival del Cinema di Roma. È difficile che voglia subire passivamente le decisioni altrui sul futuro della manifestazione culturale più importante della capitale. C’è poi il tema dei finanziamenti. La Regione Lazio è in ritardo tecnico sul saldo del finanziamento per l’esercizio 2010 del festival e, prima di impegnare nuove risorse per il futuro, vuole capire le regole del gioco e il peso che potrà far valere nelle decisioni strategiche di fondo. Nel frattempo, come segnale di buona volontà, ha messo sul tavolo della trattativa la fine dell’inutile competizione fra festival della fiction e quello del cinema. Faremo un passo indietro sulla fiction, hanno detto la Polverini e la Santini, a fronte dello sviluppo del mercato, di una maggiore razionalizzazione del sistema e, ovviamente, di una maggiore visibilità politica della Regione sul red carpet del cinema. Un invito rimasto senza risposte. Sullo sfondo incombono i due macrotemi. La riduzione della volontà di intervento della Direzione Generale Cinema del Mibac (il neo Ministro Giancarlo Galan, appena nominato, ha detto che in Italia c’è solo la Mostra del cinema di Venezia, una posizione che rischia di produrre effetti negativi proprio sul fiore all’occhiello del festival, il mercato, l’unica iniziativa romana sostenuta dal Ministero) e la crisi strutturale e d’identità del polo cinematografico pubblico della Capitale, Cinecittà Luce. Alcuni segnali positivi vengono però dal Ministro della Gioventù, Giorgia Meloni che, senza esitazioni, è diventato ormai il quarto socio del manifestazione romana. Si tratta di una situazione molto complessa. È difficile immaginare come ne potrà venire a capo una politica che è distratta da divisioni e da incomprensioni. La soluzione però è a portata di mano e, con un salto di qualità, potrebbe far diventare la città di Roma il primo laboratorio politico d’eccellenza per il rilancio del sistema cinematografico. Un tavolo di lavoro congiunto e alla luce del sole dove far sedere, insieme con Galan, Alemanno e Polverini, anche Zingaretti, la Meloni e strateghi di sistema come Bettini. Sarebbe un bel gesto di coraggio. Un gesto responsabile. Che potrebbe essere esportato in altre regioni. Abbiamo parlato di Roma, infatti. Ma cosa succederà nei prossimi mesi a Venezia quando Galan dovrà discutere con il governatore del Veneto Zaia del futuro della Biennale? E a Torino quando la Lega di Cota e il Pd di Fassino, dopo le elezioni comunali, dovranno mettersi al lavoro sui destini della più potente film commission d’Italia e del terzo festival nazionale?

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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