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L’equivoco è che la cultura, quella vera, non dovrebbe avere bisogno di un ministero. Nonostante il lungo elenco di nobili ministri che si sono succeduti su quella poltrona e nonostante l’interminabile pubblicistica dei loro buoni propositi, la vita culturale italiana langue ai limiti della sopravvivenza. Il cinema si affida ad un eterno remake dei fasti del passato (il nuovo neo realismo, la nuova commedia all’italiana e così via) ma non produce nulla di realmente nuovo da anni. Il teatro soffre da tempo per una cronica mancanza di nuovi autori e di nuovi testi e si barcamena fra le ennesime proposte di classici e alcuni titoli che sembrano presi a prestito dal peggiore cabaret televisivo. La musica sta agonizzando sotto il peso inopportuno dei lacci e lacciuoli che hanno strangolato il circuito dei teatri lirici italiani. L’editoria italiana è chiusa a riccio nei feudi dei salotti dei premi e respinge con stanca determinazione la spinta all’innovazione che proviene dagli autori più giovani. L’architettura “di consumo”, per così dire, quella che costruisce le periferie, le stazioni di servizio e i centri commerciali, non è mai stata così brutta. Le case popolari del secolo scorso erano infinitamente più affascinanti. Basterebbe un giro veloce in alcune strade di Roma o di Milano per constatare quanta bellezza abbiamo perso in pochi decenni. E così via. L’elenco è lungo ma non abbiamo tempo, non abbiamo più tempo, per le recriminazioni. Caro Ministro, abbiamo letto le sue prime dichiarazioni. Il ministero della cultura è il più importante ministero economico del paese, ha detto. Adesso si tratta di passare dalle parole ai fatti. L’unico modo per dare spessore operativo a questa affermazione (e per evitare che anche lei vada ad allungare inutilmente la pubblicistica dei buoni propositi) è di andare a rileggere un articolo pubblicato il 4 maggio del 2012 dal Sole 24 Ore. Pier Luigi Sacco, docente di economia della cultura a Venezia, scrisse, fra le altre cose: «Il livello di accesso culturale della popolazione è decisivo per determinare la capacità di sviluppo associata alla cultura: non solo perché definisce implicitamente la dimensione del mercato, ma anche perché riflette atteggiamenti sociali molto differenti. Nei Paesi in cui prevale la logica del turismo, ci si tende ad avvicinare alla cultura in modo passivo, da spettatori che giudicano un prodotto soprattutto per il suo valore di intrattenimento; in quelli in cui prevale la logica della produzione, invece, la cultura suscita atteggiamenti pro-attivi, porta cioè le persone a partecipare più direttamente alla produzione dei contenuti, sviluppando capacità e competenze a prescindere dal fatto che ci si prefigga di diventare dei professionisti del settore». Caro ministro, in altre parole, rincorrere ancora una volta i luoghi comuni del “museo a cielo aperto” e della “bellezza come volano del turismo” rischia di non farle comprendere perché i dati sui flussi turistici siano in calo nel nostro paese. Non basta essere «belli, belli, belli in modo assurdo» (Ben Stiller in Zoolander) ma si deve lavorare per rinnovare le opportunità legate alla produzione culturale. Senza la novità moriremo d’inedia. Lo aveva capito un grande e atipico intellettuale, Gianni Borgna. Quando ne ebbe la possibilità si diede da fare per moltiplicare le occasioni di produzione culturale (Auditorium, Casa del cinema, Casa del jazz, Estate Romana), liberandola dai lacci dell’ideologia e dei salotti. Distrusse i confini artificiali delle stanche élite intellettuali italiane e aprì nuovi “cortili” culturali, senza porte e senza guardiani. Un esempio. Fuori dalle chiacchiere. Fuori dai buoni propositi. Per liberare le potenzialità esplosive della cultura si deve fare come i genitori con i figli: si devono togliere le mani e lasciare che i figli corrano da soli. Per essere utili si deve diventare inutili. Lei, caro Ministro, ne sarà capace? Speriamo di sì.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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