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Non è un buon momento per Google. L’Unione Europea sta per chiudere una complessa istruttoria sull’abuso di posizione dominante e le procedure di infrazione per elusione fiscale si stanno moltiplicando anche in Italia. Negli Usa, intanto, secondo quanto riportato dal Wall Strett Journal, non accennano a placarsi i rumors sull’inchiesta dell’Antitrust relativa all’uso “disinvolto” e non sempre “imparziale” degli algoritmi del motore di ricerca. La Federal Trade Commission avrebbe dimostrato che Google «strategicamente riporta più in basso o rifiuta di visualizzare i link a certi siti web in settori altamente competitivi». Nello sfruttamento del cinema online, inoltre, Google, nonostante Youtube, non riesce proprio a sfondare. La diffidenza delle major non ha fatto che crescere in questi anni. I produttori di contenuti negli Usa preferiscono consorziarsi fra di loro invece che cedere i propri contenuti a Google. E anche nel settore dei social, le cose non vanno poi così bene per Google. Facebook in pochi mesi, ha stracciato il dominio di Youtube con numeri che fanno impressione. La cantante Beyoncé, per esempio, ha postato su Facebook e su Youtube un video che ritrae il backstage della sua performance al Mtv Music Awards. Nelle prime 24 ore gli utenti di Facebook hanno guardato il video 2,4 milioni di volte mentre, nello stesso periodo, solo poche migliaia di utenti l’hanno visto su Youtube. Uno shock per Google. Il modello di condivisione imposto sulla piattaforma Youtube, evidentemente, è troppo rigido e la concessionaria di Google che trattiene il 45% dei proventi (e spalma la pubblicità un po’ a casaccio, come dicono gli esperti) riesce a scoraggiare utenti e clienti. Una policy scarsamente attrattiva che ha lasciato il mercato di sfruttamento online dell’audiovisivo privo di un interlocutore credibile con il quale parlare. Ne sta cominciando ad approfittare Mark Elliot Zuckerberg, fondatore di Facebook. Secondo alcuni dati diffusi dalla sua azienda, ogni mese vengono caricati su Facebook circa 100 milioni di nuovi video. I dati più clamorosi sono quelli relativi all’Ice Bucket Challenge. Quasi mezzo miliardo di persone ha guardato 10 miliardi di volte i video delle secchiate di acqua gelida. La trasmissione più vista negli Usa, la finale del Superbowl, raggiunge “solo” (si fa per dire) 100 milioni di spettatori, appena un quarto del pubblico virtuale e rigorosamente segmentato del social network più famoso del mondo. Anche Twitter, con la nuova app “Periscope” per il broadcasting in diretta sui social, sta finendo per scompaginare ancora una volta il mercato dell’audiovisivo. Porno, sport e cinema dovranno presto farci i conti. Insomma, a voler essere obbiettivi, non sembra veramente un buon momento per Google. La competizione sul web è spietata e si combatte senza esclusione di colpi. Il cinema italiano, però, manca di una vera consapevolezza dei nuovi scenari. Si muove a casaccio e non riesce a guardare al di là del proprio naso. Banda larga permettendo, presto arriveranno anche da noi gli operatori delle nuove piattaforme come Netflix, Hulu o la nuova Apple Tv (per non parlare delle console per videogiochi). Il nostro cinema però guarda da un’altra parte. Gubitosi, nei suoi ultimi giorni come direttore generale della Rai, ha così deciso di stringere un accordo proprio con “Google Play”, il negozio on line di Google dedicato all’intrattenimento digitale, dove sarà possibile accedere a centinaia di film tratti dal catalogo Rai Cinema. «Vogliamo dare massima visibilità ai film italiani, cercare nuove forme di ricavo. La Rai crede che l’on demand possa sempre più diffondersi e Google è un partner estremamente qualificato», ha detto Gubitosi. Numeri alla mano, avremmo consigliato meno trionfalismo e più prudenza. La partnership con Google, infatti, rischia di sembrare una scelta di retroguardia nei nuovi mercati che cambiano alla velocità della luce.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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