e-duesse.it / Editorial(ist)i / Andrea Piersanti

navigation

Rubini, Soldini, Volo, Genovese, Vanzina, Ponti, Calopresti, Emmer, Manuli, Avati, Bruni Tedeschi, Martinelli, Ferrara, Lizzani, Gaglianone, Bonivento, Zaccaro, Montaldo, Sorrentino, Base, Torrini, Infascelli, Patierno, Ferrario, Capotondi, Grimaldi, Capitani, Marino, Argento, Capuano, Molaioli, Faenza, Venier, Bonivento, Carpi, Lucini, De Seta, Archibugi, Giordana, Tognazzi, Amurri, Luchetti, Segre, Martone, Chiambretti, Samperi, Chiesa, Pozzessere, Corsicato, Comencini, Haber, Chiambretti e ovviamente Mazzacurati (da cui il titolo di questa rubrica) sono solo alcuni dei tanti registi che hanno girato in Piemonte. Ci sarà pure un motivo per il quale il Piemonte è oggi la regione cinematografica più attiva d’Italia, dopo il Lazio. Insieme con teatri di posa da far invidia a Cinecittà, ad una Film Commission iperattiva e ad un centro di formazione d’eccellenza, quello del Csc di Alberoni, il Piemonte ha varato anche il primo fondo di investimento cinematografico nazionale dedicato in gran parte ad agevolare tutte le pratiche relative a tax credit e tax shelter (per l’incontro fra imprese e cinema). Il fondo è stato costituito proprio grazie al forte sostegno della finanziaria regionale, Finpiemonte, e su input specifico della giunta di Roberto Cota. Si tratta del Fip (Film Investimenti Piemonte) guidato da Paolo Tenna. A tenere a battesimo le prime coproduzioni del Fip (come riferisce Stefano Radice su queste pagine) nel convegno su “New Business? Show Business!” tenutosi prima di Pasqua a Torino, c’era una parte non marginale del cinema italiano. Da Luciano Sovena, amministratore delegato di Cinecittà Luce, a Domenico Procacci con la sua Fandango. Da Mario Gianani, il rappresentante più brillante della nuova generazione di produttori cinematografici italiani, a Lionello Cerri. Da Nicola Borrelli, direttore generale Cinema del Mibac, all’avvocato Bruno Della Ragione. C’erano anche i produttori esecutivi più famosi di Roma e i direttori finanziari delle principali società di produzione cinematografica d’Italia. Se si sommano con i registi che hanno lavorato e lavoreranno a Torino, si può arrivare a dire che al momento c’è quasi più cinema italiano in Piemonte che in qualsiasi altra regione. Come si spiega? Per capire cosa sta succedendo nel Piemonte si deve andare a leggere un altro elenco di persone, quello dei torinesi e dei piemontesi che in questi mesi si sono dati da fare al fianco di Tenna per la costituzione del Fondo di investimento cinematografico. Eccolo. Si comincia con Michele Coppola, assessore alla cultura della Regione guidata da Roberto Cota e candidato sindaco alle prossime amministrative torinesi. Grande amico di Tenna, politico giovane e brillante, non lesina gli sforzi per capire e sostenere il cinema piemontese. C’è Giuseppe Cortese, responsabile della segreteria di Cota e braccio destro operativo della Presidenza della Regione con deleghe mica da ridere come quella per la riforma della sanità piemontese. Cortese, nonostante un’agenda impossibile, ha però voluto trovare il tempo anche per sostenere la razionalizzazione del Sistema Cinema e non sono poche le ore che in questi mesi ha dedicato alle riunioni organizzative con Tenna. C’è poi Massimo Feira, presidente della Finpiemonte. Insieme con il suo direttore generale, l’architetto Maria Cristina Perlo, è fin dal primo istante al fianco di Tenna per elaborare prospettive strategiche e follow up operativi sul piano finanziario. Ci sono infine due cinematografari doc del Piemonte come Steve Della Casa (Film Commission) e Alberto Barbera (Museo del Cinema) i quali, senza soluzione di continuità dalla giunta regionale della Bresso a quella di Cota, si sono allineati con buona volontà e per l’obiettivo comune di incrementare i buoni risultati raggiunti finora. Non è poco. Si tratta di un quadro ben diverso da quello di altre regioni. «Amo il Piemonte e sono impressionato per la profondità e per il carattere inedito del rapporto che lega questa regione al cinema», disse Roberto Cota, il governatore del Piemonte subito dopo essere stato eletto. Appunto.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
            1
2 3 4 5 6 7 8
9 10 11 12 13 14 15
16 17 18 19 20 21 22
23 24 25 26 27 28 29
30 31