e-duesse.it / Editorial(ist)i / Andrea Piersanti

navigation

«Le leggi che ci permettono di vivere sicuri sono le stesse che ci condannano alla noia», ha scritto Chuck Palahniuk (Fight Club) nel suo libro Soffocare (Choke del 2001). In tempi di crisi economica come quella che stiamo vivendo e nel momento della modificazione dei linguaggi della comunicazione e delle piattaforme di distribuzione (e, quindi, della condivisione del pensiero); nell’era della crisi di fiducia nelle istituzioni della rappresentanza democratica e all’alba del secolo che è destinato a rivoluzionare per sempre le regole della dialettica; nel terzo millennio, insomma, anche la politica governativa nei confronti dei fatti della cultura dovrà necessariamente cambiare. Di conseguenza pure il cinema, assistito, protetto e coccolato fino all’inverosimile, dovrà alla fine veramente ribellarsi all’idea di uno Stato badante, troppo spesso più matrigna che madre. Ribellarsi sarebbe giusto per alcuni ottimi motivi. A cominciare dal livello di efficienza di questi aiuti. Dopo aver visto il trionfo francese agli Oscar e la loro performance al festival di Cannes, e dopo aver constatato invece l’angolino nel quale è stato relegato il cinema italiano nei mercati internazionali, c’è ancora bisogno di chiedersi se il nostro sistema di aiuti pubblici serva a qualcosa? Ma ci sono altre buone ragioni per pensare di far saltare il tavolo dell’assistenzialismo di Stato al cinema italiano. La guerra dei festival, per esempio, oppure l’incapacità di creare sinergie con i settori dell’economia reale del Paese. E chi più ne ha, più ne metta. La radice di tutti i mali però è più profonda. Si tratta di un approccio strategico sbagliato. «Nei Paesi in cui prevale la logica del turismo, ci si tende ad avvicinare alla cultura in modo passivo; in quelli in cui prevale la logica della produzione, invece, la cultura suscita atteggiamenti pro-attivi, porta cioè le persone a partecipare più direttamente alla produzione dei contenuti, sviluppando capacità e competenze» e quindi una vera ricchezza incrementale. Lo ha scritto Pier Luigi Sacco, docente di Economia della Cultura alla Bocconi. Sacco suggerisce di investire in formazione e ricerca per puntare sul futuro più che sulla valorizzazione del passato. «Occorre una vera rivoluzione copernicana nel rapporto tra sviluppo e cultura – si può leggere nel Manifesto per la cultura pubblicato recentemente sul Sole 24 Ore. Da «giacimenti di un passato glorioso, ora considerati ingombranti beni improduttivi da mantenere, i beni culturali e l’intera sfera della conoscenza devono tornare a essere determinanti per il consolidamento di una sfera pubblica democratica, per la crescita reale e per la rinascita dell’occupazione». Si tratta di una tesi che bene si adatta al cinema italiano. Pur con qualche lodevole eccezione, il sistema industriale e artistico della nostra cinematografia ha fatto proprio un atteggiamento psicologicamente passivo, da “turismo del cinema”. Dovremmo investire invece tutte le nostre risorse per aiutare le giovani generazioni ad acquisire una maggiore consapevolezza sul valore strategico della produzione culturale e dovremmo riversare i fondi pubblici nelle attività di formazione. Basterebbe ascoltare i ripetuti allarmi del Centro Sperimentale di Cinematografia o anche delle semplici scuole secondarie o delle università per capire di quante risorse incrementali ci sarebbe ancora bisogno. Ma per riflettere su cosa ci sia di veramente sbagliato nella pericolosa convivenza fra cinema e politica, fra arte e interventismo dello Stato, si deve scavare ancora più in basso, nei meandri della psicologia di artisti e produttori. Lo spiega bene Palahniuk: «Nessuno aveva lasciato spazio all’avventura», ha scritto. «E non esistendo la possibilità che si verifichi una catastrofe vera, un rischio vero, ci è preclusa anche ogni possibilità di salvezza vera. Ebbrezza vera. Eccitazione vera. Gioia. Scoperta. Invenzione. Se non possiamo accedere al caos autentico, non avremo mai autentica pace».

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
  1 2 3 4 5 6
7 8 9 10 11 12 13
14 15 16 17 18 19 20
21 22 23 24 25 26 27
28 29 30 31