e-duesse.it / Editorial(ist)i / Andrea Piersanti

navigation

Caro Ministro Bray, c’è una cosa che lei potrebbe fare subito per il cinema italiano. Ceda le sue deleghe al collega Flavio Zanonato, il ministro per lo sviluppo economico. Abbiamo letto delle sue avventure a Pompei e abbiamo apprezzato il suo “endorsement” per Bertolucci alla presidenza della Giuria della Mostra del Cinema di Venezia. Ecco. Grazie. Ma adesso, parlando di cose serie, abbia il coraggio di fare ciò che è giusto: contribuisca a fare in modo che la nostra cinematografia torni ad essere finalmente un’industria vera. Il cinema italiano sta vivendo un momento di crisi mica da ridere. Meno film, diminuzione degli incassi, calo del prezzo di acquisto da parte dei broadcaster, concorrenza selvaggia del web, agonia dei vecchi modelli di distribuzione homevideo. Nei molti dibattiti che sono organizzati intorno al capezzale (interessante, per esempio, quello di Box Office), si discute però più di linea autoriale (commedia sì, commedia no, uffa) che di problemi industriali. Invece il nodo è proprio nelle politiche per lo sviluppo. Cinema e televisione fanno parte di un unico comparto produttivo, quello dell’audiovisivo, che in Italia conta sessantamila addetti e un giro da affari di più di 15 miliardi. Basta andare anche una sola volta alle fiere organizzate a Cannes tre volte l’anno (MipCom, MipTv e Festival del Cinema), per capire che il mercato dell’audiovisivo non conosce confini fra tv, cinema e web. In Italia, invece, per un aristocratico snobismo d’antan, il cinema è considerato un bene culturale da proteggere e coccolare. Come Pompei e come (con rispetto parlando) Bertolucci. «Nei Paesi in cui prevale la logica del turismo, ci si tende ad avvicinare alla cultura in modo passivo, da spettatori che giudicano un prodotto soprattutto per il suo valore di intrattenimento; in quelli in cui prevale la logica della produzione, invece, la cultura suscita atteggiamenti pro-attivi, porta cioè le persone a partecipare più direttamente alla produzione dei contenuti, sviluppando capacità e competenze a prescindere dal fatto che ci si prefigga di diventare dei professionisti del settore. Non si tratta di una differenza da poco: se infatti in una logica di mercato tradizionale lo sviluppo di competenze culturali “amatoriali” produce effetti economici soltanto nella misura in cui si traduce in una maggiore domanda di contenuti culturali prodotti dai “professionisti” che stanno appunto sul mercato, nei nuovi scenari della produzione e circolazione di contenuti culturali – attraverso le piattaforme digitali e i social media – si definiscono nuove modalità di partecipazione e di creazione di valore economico attraverso la cultura che non passano più necessariamente attraverso il mercato e che danno alla partecipazione culturale una eccezionale quanto ancora poco percepita valenza strategica», ha scritto Pier Luigi Sacco, docente di economia della cultura, in un intervento sul Sole 24 Ore del 4 maggio di un anno fa. «In Italia la dimensione dei mercati culturali è relativamente ampia, mentre la partecipazione è relativamente bassa se confrontata agli standard europei: Paesi come il nostro rischiano di essere incapaci di approfittare delle nuove forme di vantaggio competitivo associate alla cultura. In che senso la partecipazione produce valore? Ci sono almeno otto aree in cui ciò accade senza che necessariamente ci siano prodotti e contenuti comprati e venduti attraverso i mercati: l’innovazione, il benessere, la sostenibilità ambientale, la coesione sociale, il soft power, l’identità locale, la società della conoscenza e le nuove forme di imprenditorialità», ha spiegato Sacco. La produzione cinematografica, lo dicono in tanti oggi, non solo Sacco, ormai ha che fare con l’intera filiera strategica di produzione del valore del Paese. Confinarlo in un museo, non serve a niente.
Le sfide che attendono il cinema italiano inoltre sono tutte fuori dai confini e dalle deleghe del Mibac. A cominciare dal rinnovo del tax credit che passerà sotto al vaglio attento di Saccomanni e proprio di Zanonato. C’è anche l’idea, alla francese, della tassa di scopo a gravare su televisioni e new media. Difficile immaginare che se ne possa discutere in un tavolo di lavoro fuori dal Mise, competente in materia di televisione e new media, appunto. C’è poi il tema della promozione all’estero. A Cannes, quest’anno non è stato possibile organizzare neanche un piccolo party sulla spiaggia per celebrare il cinema italiano. Roberto Cicutto, per conto di Cinecittà Luce, lo ha capito da tempo e quando deve andare ad elaborare strategie per la promozione all’estero, ormai va direttamente a Via Veneto negli uffici di Zanonato (che infatti controlla l’Ice). Ci sono infine le defiscalizzazioni di distretto o di territorio, le politiche industriali europee, eccetera. Insomma, caro Ministro Bray, veramente, faccia un gesto coraggioso. Regali al cinema un’opportunità di sviluppo e passi la palla a Via Veneto.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
    1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30 31