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La novità sarebbe l’uscita “virtuale” dei film solo sul web. Un modo per aggirare la tagliola dei pesanti oneri “P&A” (che molti distributori non possono più permettersi) e per incassare comunque le agevolazioni statali. Il dibattito è interessante ed è destinato a far “cambiare verso” ancora una volta alla cultura cinematografica italiana. L’Anica intanto ha presentato la propria piattaforma di offerta “on demand”. Uno strumento, dopo tante parole, per provare a contrastare la pirateria con uno “store on line” legale e condiviso con i produttori. Il cinema, anche in sala, sta per smaterializzarsi definitivamente. Il 75% degli schermi cinematografici sono ormai attrezzati per la proiezione in digitale. La pellicola, nelle sue scatole di metallo, finirà a prendere polvere nei musei e l’opera cinematografica correrà finalmente senza vincoli fisici sulle nuove autostrade “on air”. Un progresso inevitabile e necessario. Il ministro Franceschini, lo scorso 15 aprile, durante la presentazione dei dati del cinema italiano, ha detto che «siamo alla vigilia di un Consiglio dei ministri per un’operazione di spending review di qualche miliardo di euro. Mia è la responsabilità di due operazioni, entrambe difficili: evitare tagli, perché non c’è nulla di superfluo, e portare più risorse». Al momento di chiudere l’articolo, non conosciamo l’esito della sua azione. Abbiamo però una preoccupazione di tipo “strutturale”. Nella corsa alla smaterializzazione c’è il rischio di abbattere, con cieca frenesia, anche i pochi spazi fisici che servono alla sopravvivenza del cinema. Fra tagli e risparmi, non vorremmo che a farne le spese siano proprio quei luoghi di cui continuiamo ad avere così bisogno. Al Festival di Cannes addetti ai lavori e giornalisti affollano le sale del funzionale Palais. Fra qualche mese noi ci ritroveremo invece di fronte ancora una volta al “buco” di Venezia, il cantiere aperto e poi precipitosamente richiuso dove sarebbe dovuto sorgere il nuovo Palazzo del Cinema del Lido. Una specie di paradossale monumento a cielo aperto della incapacità tutta italiana di fare investimenti strategici in un settore culturale così delicato ma anche così importante come il cinema. Mentre saliremo di nuovo le stesse scale di marmo che furono percorse dai gerarchi fascisti al momento della nascita della Mostra, non potremo non pensare al destino di un altro monumento costruito più o meno negli stessi anni. Cinecittà, infatti, da qualche tempo, non naviga in buone acque. In attesa di ricevere un segnale di interesse da parte della Rai, i teatri di posa sulla Tuscolana, insieme con una grave crisi economica (calo di competitività, scarso appeal internazionale) stanno vivendo anche una complicata crisi di identità. Dal cinema alla televisione, da Fellini al Grande Fratello, il destino di Cinecittà non è mai stato così in pericolo. «Spero - ha detto Franceschini - di poter presentare entro qualche settimana un progetto per salvare Cinecittà rispetto alla sua destinazione originaria, cioè quella di ospitare produzioni di film. Una misura alla quale stiamo già lavorando per farla tornare ad essere centro di produzione è l’innalzamento del tetto al tax-credit». Non è molto ma è già qualcosa. Cinecittà, fosse solo per anzianità di servizio e per notorietà del brand, continua infatti a galleggiare nelle carte e nell’interesse della politica. Altri teatri di posa, invece, non godono neanche di questa pallida prospettiva. Sono stati chiusi e abbandonati alle razzie dei ladruncoli occasionali i Lumiq Studios di Torino. Così come sono dimenticati e degradati i teatri di Papigno vicino Terni costruiti ai tempi de La vita è bella di Benigni. Anche la Casa del cinema di Roma non se la passa bene. Mentre l’indebitamento cresce, i soci che la volevano rilanciare si stanno sfilando e il Comune tace. Peccato. Una sala così moderna e prestigiosa, nel cuore verde di Roma, rischia di spegnersi. Nell’indifferenza generale. Il cinema senza casa che cinema sarà?

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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