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C’è qualcosa di osceno nel modo che il cinema ha di divorare e distruggere ogni possibile innovazione di linguaggio. Sta succedendo di nuovo, ancora oggi, con le cosiddette star del web. Quando si trasferiscono sul grande schermo, perdono follower (e appeal) e registrano flop clamorosi. Non è colpa loro, però. Autoreferenziale ed egocentrico come non mai, il cinema sembra aver perduto la sua caratteristica identitaria delle origini e cioè quella di saper costruire un nuovo immaginario partendo dal linguaggio. Dai tempi di Harold Lloyd appeso alle lancette di un orologio sulla parete di un grattacielo (era il 1923, il film era Safety Last) sembra essere passata un’eternità. All’inizio il cinema era soprattutto linguaggio e innovazione. Senza soluzione di continuità. Come gli eschimesi di Nanook of the North, del 1922 di Robert J. Flaherty. Dopo le riprese, la sera si ritrovavano a guardare i giornalieri con Flaherty nella baracca che era stata costruita ad un passo dal set. Rivedendosi in quelle immagini, gli eschimesi cambiarono il loro modo di comportarsi e divennero così i primi cittadini del villaggio della comunicazione che il Novecento aveva appena cominciato a costruire. Altri tempi. Il cinema allora sembrava destinato a contribuire, con il proprio linguaggio, allo sviluppo della cultura contemporanea. Sembrava veramente che fosse cominciata una nuova era. Poi, impercettibilmente, un passo dopo un altro, si è sviluppato un fenomeno che non era stato previsto e che, finora, non è mai stato studiato. Il cinema è diventato una specie di moloch, un buco nero in grado di attrarre e di inglobare (divorare e distruggere) tutte le novità della produzione culturale. È accaduto con l’arte figurativa ai tempi di Dalì e Bunuel: il cinema preferì scopiazzare malamente quelle allucinazioni visionarie piuttosto che farsene influenzare. Nonostante un ultimo disperato e tragico tentativo da parte di Andy Warhol, si può ben dire che la creatività della pittura contemporanea sia morta allora. È accaduto poi di nuovo con la televisione. Ogni tentativo di educarsi a vicenda è miseramente fallito e il cinema, con testardaggine, è rimasto attaccato ai propri modelli estetici evitando di capire o di interpretare l’evoluzione del linguaggio. Gli esempi sono infiniti, fino alla debacle finale. Il successo delle serie tv di Netflix o della HBO, infatti, è il risultato della vittoria del linguaggio cinematografico nello specifico della tv. Non il contrario. Accade oggi, di nuovo, con Internet. Nel 1999, Hollywood scoprì la follia inedita di un uso diverso e attualissimo del linguaggio visivo. The Blair Witch Project, aveva fatto saltare il tavolo e aveva scompaginato le carte. Ma l’eccitazione durò un attimo. Poi l’industria del cinema, con il suo potere anestetizzante, riprese il controllo assoluto. I due autori, Daniel Myrick ed Eduardo Sanchez sono stati dimenticati. Il loro posto è stato preso però da J.J. Abrams, vero difensore del nulla. Dopo soli 9 anni, con il fallimento di Cloverfield, dimostrò al mondo intero che il nuovo linguaggio di Internet (quello degli “user generated content” che Myrick e Sanchez avevano portato per la prima volta sullo schermo) non serviva all’industria cinematografica. Le invenzioni e il format di The Blair Witch Project, finirono così nel magazzino delle idee da scopiazzare e andarono ad alimentare la serie infinita e banale di horror “homemade” come Rec eccetera. Adesso sta succedendo di nuovo con le star di Youtube. Sul web fanno numeri da capogiro e hanno milioni di follower. Ma, in Usa come in Italia, quando arrivano sul grande schermo fanno flop. Il cinema mal sopporta i concorrenti. Il suo è un monopolio isterico e sterile del linguaggio e della cultura. Peccato. Senza novità, la contemporaneità è solo ripetizione e noia. Il cinema aveva sdoganato la modernità. Adesso rischia di essere solo il guardiano della nostalgia.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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