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Il “Supercinemadigitale” ha ucciso le “windows” di sfruttamento e ha cancellato il confine fra cinema e tv. Il cinema ormai vive “anytime, everywhere, anyhow”, “in ogni momento, dovunque, in tutti i modi”. Solo così, dice Aldo Grasso, si può spiegare la decisione della Disney di abbattere le finestre geografiche di sfruttamento per il finale di stagione di Lost, uno spettacolo che è stato mandato in onda in diretta, praticamente senza pubblicità, in una decina di paesi diversi. «La spinta decisiva viene dagli spettatori» dice Grasso. «L’accorciamento dei tempi distributivi è un tentativo delle emittenti di combattere la pirateria che vive sul downloading e sullo streaming». Qualche sera fa, in un grande cinema romano, il proiezionista ha sbagliato rullo. Un film al posto di un altro. Dopo qualche lungo minuto di concitazione, finalmente arrivano i titoli di testa di quello giusto. Un cartello di Sky Cinema ha però suscitato qualche ilarità. Compare sullo schermo la domanda: «Voglia di cinema?». «Magari», mormora qualcuno. Risatine fra il pubblico. Poi la risposta, grande e colorata. «Sky Cinema». «Era meglio stare a casa, quindi», dice una ragazza mentre la sala esplode in una risata omerica. A rappresentare le dinamiche del rapporto fra i nuovi pubblici digitali e le major dei contenuti, ci ha pensato uno spot di una nota bibita analcolica. Prodotto per i mondiali di calcio, lo spot mostra tre campioni impegnati in una sfida improbabile contro alcuni ragazzini africani. La partita è improvvisata per strada, nella polvere della savana. I limiti del campo e lo spazio delle porte sono segnati dalla moltitudine ridente e colorata che assiste al match. Quando i campioni, palla al piede, tentano di raggiungere la porta avversaria, il campo però si muove con loro rendendo impossibile il goal. Alla fine uno dei tre tenta un pallonetto. Il pallone vola alto ma il campo, velocemente, si gira. Ed è autogol. È una feroce rappresentazione della debolezza delle grandi major di fronte al cambiamento. Per quanti sforzi si facciano, alla fine, è il mercato a decidere dove, quando e come consumare cinema. Se in sala, in tv, sul web o sul telefonino. «Chi si illude di poter gestire il nuovo contesto secondo le logiche e le convenzioni che hanno governato i successi del passato, è un ingenuo sognatore destinato a svegliarsi, incompreso, ai margini del nuovo mondo ove i contenuti sono ormai proprietà deperibili e le decisioni sono assunte in tempo reale», dice Enrico Valdani, docente della Bocconi e presidente della Società Italiana Marketing, nella prefazione di “Marketing Televisivo. Strumenti e modelli di business per competere nel nuovo mercato digitale” curato da Carlo Nardello e Carlo Alberto Pratesi. Il libro è edito dal Sole 24 Ore con la collaborazione di Rai Zone. Secondo Valdani «il vecchio mondo è stato spazzato via da almeno tre tsunami: la forza perenne di un consumatore in continua evoluzione, sempre più sofisticato, critico, autocosciente e posto al centro di stimoli emozionali sempre più numerosi e accattivanti; la forza inesorabile del cambiamento tecnologico, un’onda in grado di abbattere qualunque barriera industriale e istituzionale che favorisce la fruizione dei contenuti anytime, everywhere, anyhow, on demand, free e pay per view; la conseguente forza della concorrenza, che si allarga a livello geografico, intrasettoriale e intersettoriale, nel meta-mercato globale delle comunicazioni e dell’intrattenimento digitale». Al prossimo Roma Fiction Fest, Marco Spagnoli modererà un dibattito su “Cinema è televisione”. Massimo Bernardini, invece, coordinerà, fra gli altri, un convegno su “Senza la tv, per una nuova narrazione crossmediale” organizzato dai cinefili dei “100autori”. Mentre il più togato premio degli sceneggiatori cinematografici, il “Solinas”, presenta un concorso inedito per pilot di serie tv. Le windows sono proprio morte. Viva il nuovo “Supercinemadigitale”. «Anytime, everywhere, anyhow».

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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