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Arriverà prima o poi il momento di chiedersi a cosa serva Cinecittà. La parte pubblica degli studi costruiti da Mussolini, finanziata dal MiBac, è ancora spacchettata in due parti. Cinecittà che si occupa di promozione e che è guidata da Roberto Cicutto. Il Luce guidato da Luciano Sovena che invece si occupa della gestione del prezioso archivio dei cinegiornali e che continua a guardare alla produzione del cinema indipendente e d’autore. Vero è che il Ministero ha provato a fare qualche maquillage sui nomi (con effetti da labirintide) ma la divisione rimane. Cinecittà, oggi, non costa neanche lontanamente le cifre che sono state spese generosamente nel passato. Ma qualche soldo pubblico continua a drenarlo e, in tempi di vacche magre come questo, anche gli spiccioli contano. Nel progetto di Corrado Passera, che sarebbe destinato al rilancio del sistema industriale del Paese, si parlerebbe anche della privatizzazione degli studi sulla Tuscolana. Si tratta ovviamente di una soluzione che non solo non risolverebbe nulla ma che non farebbe altro che aumentare la confusione su scopi e strategie del più grande centro di produzione cinematografico d’Italia. Costruito da Mussolini durante il Fascismo con un chiaro obiettivo strumentale, Cinecittà nel corso degli anni è stato il porto sicuro della parte più importante della storia del cinema italiano. Oggi nei teatri però c’è molta televisione e un po’ di confusione dopo che l’amministratore delegato di Cinecittà Studios, Lamberto Mancini, se ne è andato ad organizzare la macchina del Festival di Roma. Anche nelle due società pubbliche guidate da Cicutto e Sovena si respira un sensibile sentimento di preoccupazione. Di dimagrimento in dimagrimento, i soldi che arrivano ormai servono appena a pagare gli stipendi dei dipendenti, tutti bravissimi, tutti un po’ ansiati. I progetti di rilancio partoriti negli anni non sono arrivati in porto. L’idea, semplice anche se ambiziosa, era di dare a Cinecittà il ruolo di agenzia del cinema italiano, per gestire i finanziamenti pubblici e sviluppare il marketing internazionale. Il problema è che i soldi non ci sono più e che quindi Cinecittà avrebbe ben poco da gestire. Per quanto riguarda il prezioso archivio dei cinegiornali, l’idea che il MiBac starebbe studiando è quella di una fusione con la Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia. A luglio, insieme con le assemblee che dovrebbero (il condizionale è d’obbligo) sancire la fine della divisione societaria fra Cinecittà e Luce, arriveranno a scadenza anche i vertici della Fondazione del Centro Sperimentale di Cinematografia. Si parla con insistenza di una riforma strutturale che dovrebbe interessare tutto il polo pubblico del cinema, archivi e cineteche comprese. Difficile dire cosa sarebbe meglio auspicare. In questi ultimi frenetici anni dalla società di Cinecittà amministrata da Sovena sono uscite alcune ottime opere prime (la Rohrwacher e Frammartino, per citarne solo due fra i tanti) e molti ottimi documentaristi italiani sarebbero alla canna del gas se non fosse stata data loro la possibilità di produrre con il Luce. Purtroppo, insieme con le cose buone, ci sono state anche quelle meno belle. La brutta avventura della scuola per aspiranti filmmaker a Napoli. La scarsa visibilità internazionale ai festival e sui mercati, nonostante i premi prestigiosi. Il mancato presidio dei new media e dei social network. Nel corso del tempo Cinecittà ha generato sogni e aspirazioni da parte degli addetti ai lavori e da parte dei politici. Non sempre legittimi. Non sempre trasparenti. Ma il marchio di Cinecittà, nonostante tutto, è ancora pieno del suo fascino. Sarebbe veramente un peccato sprecarlo. La nostra proposta è di lanciare un dibattito aperto sul futuro del polo cinematografico pubblico. Per dare idee originali al MiBac, per guardare al futuro con maggiore ottimismo e, soprattutto, con maggiore condivisione. L’unica cosa che infatti non vorremmo è che le strategie di Cinecittà venissero decise dai funzionari all’interno delle loro stanze a Palazzo.

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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