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Si moltiplicano i documentari sulla storia del cinema italiano. Ritratti agiografici di registi e produttori, incursioni nella vita di alcuni personaggi sconosciuti al grande pubblico ma indispensabili per la macchina del cinema, scorribande nei materiali di repertorio per restituire il fascino e il sapore di un’epoca. Alcuni giornalisti ne hanno fatto un vero e proprio format. Lasciando perdere il precursore di tutti i “giornalisti - format” del cinema italiano, Vincenzo Mollica del tg1, l’unico che sia diventato anche un fumetto (su Topolino della Disney ogni tanto impazza sotto le mentite spoglie di Vincenzo Paperica), pensiamo in modo particolare ad Antonello Sarno, a Marco Spagnoli e a Mario Sesti. Rappresentano una ricchezza per il cinema italiano che dovremo imparare a valorizzare. Si parla molto delle difficoltà della nostra industria cinematografica. Anche in questa rubrica abbiamo ripetuto spesso che la speranza è nascosta nel domani e che l’autoreferenziale celebrazione di un passato glorioso non serve a costruire una strada diritta per il cinema che verrà. Lo confermiamo. Ma una cosa è piangersi addosso e un’altra è omettere di raccontare la Storia, quella con la Esse maiuscola. Il cinema italiano deve essere raccontato. Fosse solo per ricordarsi che, una volta, quando il nostro cinema incassava fior di quattrini e le cose andavano bene, l’età media dei nostri registi non superava i 45 anni. Alcuni anni fa, al Luce, nacque così un progetto grandioso ma, ahimè, subito abortito per i brutti salti dell’intelligenza che le aziende pubbliche subiscono a causa dei cambi di vertice decisi dalla politica. L’idea era di costruire una “collana” con tutta la cronologia del cinema italiano. Le immagini di questo lungo documentario (così simile nell’impostazione a quella pietra miliare che sono le trenta ore de La storia d’Italia di Folco Quilici interamente estratte dalle teche del Luce) sarebbero state prese anche dai tantissimi cinegiornali e dai filmini amatoriali realizzati sui set del cinema italiano. A coordinare il progetto c’era proprio Sarno. A mettere una firma nobile sull’intera operazione dovevano esserci i due fratelli Verdone. La collana sarebbe stata arricchita dai tanti documentari sul cinema italiano girati in questi anni. Sarno, innamorato pazzo del nostro cinema, aveva preso a cuore il progetto. Sarebbe giunta finalmente l’ora di rimettere mano all’intera operazione per la quale si era fatto in tempo a strappare un mezzo assenso anche da parte di Carlo e Luca Verdone. Sarno ha realizzato recentemente un documentario di repertorio sulle celebrità del cinema in aereo. Questo film è stato prodotto, ed è una novità importante, da Tiziana Rocca nell’ambito delle iniziative del prestigioso Taormina Film Festival. Si tratta di un aspetto inedito che dovrebbe indurre alla riflessione. Basterebbe guardare il successo del festival siciliano diretto dalla stessa Rocca insieme con Mario Sesti (un altro autore di documentari bellissimi sul cinema italiano) per capire che lo special team per un’operazione di questo tipo è già costituito. Proviamo a riassumere per i duri d’orecchie. Obiettivo: raccontare in modo organico la storia di tutto il cinema italiano, in una collana che dovrebbe diventare anche un format seriale per la tv, in Italia e nel resto del mondo, e per il web, oltre che una preziosa strenna homevideo per i regali di Natale. A coordinare il progetto un pacchetto di mischia di giornalisti documentaristi: Antonello Sarno (il precursore del progetto di una storia organica del cinema italiano e forse l’unico in grado di gestire le teche Mediaset insieme con quelle Rai e Luce), Marco Spagnoli (commovente e straordinario il suo film Diversamente giovane dedicato a Giovanna Cau, un occhio non banale sugli aspetti meno noti del nostro cinema) e Mario Sesti (direttore di festival e attentissimo alla documentaristica d’autore; da incorniciare i suoi omaggi a Germi e Fellini). I tre “giornalisti - format” dovrebbero svolgere la stessa funzione che i tre storici Valerio Castronovo, Renzo De Felice e Pietro Scoppola svolsero durante la scrittura de La storia d’Italia di Folco Quilici: dirimere le questioni controverse e dare dignità storiografica all’iniziativa. Per dirigere il documentario si dovrebbero invitare Luca e Carlo Verdone (molto interessante il loro omaggio a Sordi). Per la produzione si dovrebbero chiamare le due intelligenze di Tiziana Rocca (con il suo talento raro di mettere il marketing al servizio della cultura) e del presidente di Cinecittà, Rodrigo Cipriani (capace di rivitalizzare il patrimonio delle teche anche con i nuovi mezzi della comunicazione digitale e social). La collana andrebbe arricchita dai tanti documentari che in questi anni così disordinati sono stati prodotti da autori bravi e innamorati della storia del cinema. Scommettiamo che funzionerebbe benissimo in tv e sul web?

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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