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Il problema non è neanche quello: i documentaristi italiani infatti non sono poi così antipatici come li descrivono. È solo che certe volte sembrano un po’ stupidi. A vedere i loro film, però, non lo diresti mai. Pensi ai capolavori di Claudia Cipriani, Stefano Savona, Pasquale Pozzessere, Costanza Quatriglio, Pietro Marcello, Franco Maresco, Roberto Minervini, Roland Sejko, Filippo Vendemmiati, Daniele Gaglianone, Barbara Cupisti, Daniele Vicari, per citarne solo alcuni, e sei più che sicuro che nessuno di loro sia uno stupido. Anzi. Rimane però il dato della cronaca. I documentaristi italiani, o almeno coloro che prendono le decisioni associative, sono un po’ stupidi. Lo scorso anno, per esempio, hanno chiesto e ottenuto dal Consiglio direttivo dell’Accademia del Cinema Italiano che i loro film fossero votati dalla giuria allargata del David di Donatello. Si tratta di un’assemblea composta da quasi duemila professionisti. L’idea che tiene in piedi una giuria così affollata è che, trattandosi di addetti ai lavori, ognuno di loro abbia visto tutti i film italiani della stagione o che, almeno, ne sappia qualcosa. Fino allo scorso anno i documentari venivano visti e giudicati invece da una giuria molto più piccola e che era composta da Francesca Calvelli, Enzo Decaro, Leonardo Diberti, Paolo Fondato, Enrico Magrelli, Lamberto Mancini, Mario Mazzetti, Paolo Mereghetti e dal sottoscritto (nel ruolo del presidente). L’idea che giustificava una giuria più piccola è che puoi essere addetto ai lavori quanto ti pare ma è impossibile che tu abbia visto i cento e passa documentari che vengono prodotti ogni anno in Italia. La giuria più piccola aveva così un “obbligo” che la giuria allargata invece non ha. A norma di regolamento i “piccoli” giurati erano “obbligati” a vedere tutti i documentari in gara. Tutto questo però ora non c’è più e i documentari sono passati nelle competenze della giuria allargata. Io quest’anno ho tirato un sospiro di sollievo e (sono anche nella giuria allargata) ho visto solo due documentari. Lo scorso anno (come in ognuno dei dieci anni precedenti), invece, ne avevo visti (e schedati) più di cento. Come ho votato il miglior documentario dell’anno? Scegliendo ad orecchio e a simpatia (come hanno fatto tutti). Il mio voto è così andato a Triangle di Costanza Quatriglio (bravissima, una delle migliori) e in cinquina avrei messo anche 25 aprile. Lettere di condannati a morte della resistenza italiana di Pasquale Pozzessere, una regia asciutta e rigorosa, un vero esempio di cinema appassionato e “adulto”. E gli altri cento e passa documentari? E chenneso io! Erano su una piattaforma online di “Doc.it” a disposizione dei giurati del David. Ma quanti giurati li hanno visti? Quanti documentari sono invece rimasti nell’oblio e nel limbo dell’invisibilità? I primi dati forniti da “Doc.it” non sono molto chiari al riguardo. Prima non era così. È bene ripeterlo. Una volta, se iscrivevi un documentario al David, avevi la certezza che un manipolo di “partigiani” del Cinema sicuramente lo avrebbe visto e ne avrebbe discusso. Adesso invece il destino dei documentaristi è appeso a fattori imponderabili dai quali è però escluso il fattore della visione da parte degli specialisti. Peccato. Nei dieci anni che abbiamo passato a guardare documentari, abbiamo premiato titoli nascosti ma di indiscutibile qualità. La ricerca del talento autentico (e non il marketing) ha sempre guidato le scelte della “piccola” giuria. I documentaristi italiani sono i migliori del mondo. Il loro cinema è un grande cinema ed è caratterizzato da un linguaggio nuovo e modernissimo (di cui il cinema di finzione avrebbe disperatamente bisogno). Ma chi vedrà (guarderà, gusterà, analizzerà, amerà) i loro film nei prossimi anni? Vabbè, i documentaristi non sono stupidi (chiedo scusa) ma a volte lo sembrano. O no? Soprattutto rimane la voglia di domandare: ma chi ve lo ha fatto fare? Non era meglio la giuria piccola?

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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