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Alla fine Giuseppe Tornatore s’ù anche arrabbiato. Gli avevo domandato qualcosa a proposito della crisi del cinema italiano. «Se fossimo cosĂŹ bravi a vendere i nostri film all’estero cosĂŹ come siamo bravi a parlare della crisi del cinema italiano, la nostra cinematografia sarebbe la piĂč forte del mondo», ha detto, cercando di smussare con un’iperbole e con un sorriso il proprio nervosismo. Aveva ragione. Era la domanda sbagliata. Ma, soprattutto, erano il momento e il luogo sbagliati. L’incontro, un seminario su “La scrittura creativa. Dalla parola all’immagine”, era stato organizzato dal Master in Gestione della Produzione Cinematografica e Televisiva della Luiss Business School Guido Carli con la collaborazione della Lux Vide. Al tavolo, accanto a Tornatore, c’era Alessandro D’Avenia, insegnante di lettere in un liceo di Milano, sceneggiatore e romanziere. Era proprio la presentazione del suo romanzo d’esordio, Bianca come il latte, rossa come il sangue (Mondadori), il motivo dell’incontro. Si stanno svolgendo in questi giorni le trattative per la riduzione cinematografica del libro. D’Avenia racconta un’intensa storia d’amore fra adolescenti, con un carattere forte e con una sinceritĂ  di sentimenti (e di linguaggio) ai quali non siamo piĂč abituati. «I genitori dei Moccia o dei Muccino – ha detto D’Avenia – sono degli adulti che cercano di tornare adolescenti e si comportano come tali. Non deve stupirci quindi che i veri adolescenti possano rifiutarsi di crescere, di diventare adulti. Con un tale esempio, Ăš legittimo chiedersi: ma chi me lo fare di crescere se poi l’unico desiderio che riesco a guadagnare Ăš quello di tornare indietro”. C’era anche Monica Zappelli, la sceneggiatrice che vinse il David di Donatello per il film Cento passi. E c’erano due attori, Valentina Cervi e Alessandro Preziosi, per la lettura di alcuni brani del libro di D’Avenia. «Mi sono commossa leggendo le pagine del libro che mi avevano mandato. Questo mi ha molto sorpreso», ha detto Valentina Cervi. «Ma non voglio parlare del film che sarà» ha detto D’Avenia un po’ per prudenza. Le trattative sono ancora in corso. Un po’ perchĂ© non so ancora come sarĂ  il film. SarĂ  diverso dal libro. SarĂ  interessante per me scoprirlo». La sala era piena zeppa di studenti, non solo del master. C’erano infatti alcuni studenti del liceo dove insegna D’Avenia. «Grazie per avermi fatto scoprire il piacere della lettura», gli ha detto uno di loro. Tornatore, in mezzo agli studenti, sembrava a proprio agio. «Non dico mai di no quando si tratta di parlare a dei giovani che vogliono imparare», ha detto. I ragazzi, nella sala, pendevano dalle sue labbra. «Come si fa a riconoscere il capolavoro sul quale investire?», hanno chiesto a Tornatore. «Non lo so» ha risposto. «Non c’ù un trucco o una regola da seguire. Una cosa perĂČ la so. I produttori di una volta conoscevano il cinema. Mi accompagnavano nella sala di montaggio. Erano in grado di capire i problemi di chi girava. Conoscevano la tecnica ed erano anche uomini di cultura. Pieni di interessi. E poi, soprattutto, leggevano tanto, leggevano tutto. Non solo le sceneggiature (che mi tornavano piene di appunti) ma anche la letteratura contemporanea e classica. Grazie a questo insieme di straordinarie caratteristiche riuscivano a fare cinema. I produttori di oggi, invece, sembrano interessati solo ai conti. Non tutti, certo. Io finora sono stato fortunato con i miei produttori. Ma altri invece sembrano aver perduto lo spirito. È un peccato. Se diventerete produttori, fate questo lavoro con vera passione e vera cultura. Soprattutto, non smettete mai di leggere». I ragazzi, raggianti, lo hanno applaudito a lungo. D’Avenia li guardava con una luce negli occhi. Alla fine ha augurato ai suoi studenti di «essere ribelli per le sole tre cose che contano: veritĂ , bellezza e bene». Aveva ragione Tornatore. Parlare di “crisi del cinema” in un simile contesto era una bestialitĂ .

Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, puĂČ ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’universitĂ , con alcuni amici aprĂŹ un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lĂŹ, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare piĂč interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. CosĂŹ iniziĂČ il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no
(to be continued)


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