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E se la pazza gioia del cinema italiano…

Valeria ride. Valeria piange. Valeria si emoziona. Valeria emoziona. Come un velo strappato davanti all’ipocrisia. Il “discorso della vita” di Valeria Bruni Tedeschi è stato un lampo di verità sul cinema italiano. Una verità che purtroppo ci ostiniamo a non vedere. Il nostro cinema migliore è sempre stato come la Bruni Tedeschi sotto i riflettori dei David: pazzo e disordinato, imprevisto e imprevedibile, lacrime e risate. Una pazza gioia che fa soffrire e che fa sperare. Ogni tentativo di fare sistema si è scontrato invece con la miopia di una parte della produzione e, soprattutto, con le dimensioni di un mercato che non potrà mai competere con i numeri globali.

Ha ragione Paolo Mereghetti quando parla, per esempio, di una crisi ontologica della nuova commedia. Costa troppo e rende troppo poco. Costa troppo perché talent e produttori invece di investire (con sobrietà) hanno immediatamente alzato il tiro su compensi e percentuali.

Rende troppo poco perché due sono i casi: o non è sincera (alcuni sequel stanno lì a dimostrarlo) e il pubblico si addormenta, o è impregnata di un pressapochismo (una romanella) che sembra troppo simile alle canne che certi autori si fumano al Pigneto (senza fare nomi) per riuscire a convincere gli spettatori a far partire il passaparola. Il cinema è una fabbrica di prototipi. La produzione seriale, in sala, non funziona. La Marvel, che ha trovato la gallina delle uova d’oro (e che quindi sembra contraddire la teoria della fabbrica dei prototipi), sta letteralmente torturando sceneggiatori e registi perché ogni nuovo Marvel movie sia differente dai precedenti. Una fabbrica di prototipi. In Italia lo abbiamo scordato. Se non ci credete, prendetevi il tempo per parlare con gli editor delle case di produzione e provate a far girare le sinossi o gli scalettoni di certi capolavori di Antonioni o di Fellini, di Rossellini o della Cavani. Immaginate la faccia (e le schede di lettura) di coloro che si ritrovassero a leggere il pitch di Otto e mezzo. Con quei prototipi lì, però, il cinema italiano è stato il più grande del mondo.

Adesso invece scimmiottiamo il marketing degli yes men, come producer sfigati della periferia di Hollywood. Valeria lo ha detto, ridendo: «Perché non sapevo la cosa (la regola, ndr) dei 45 secondi». Proviamo a fare come lei: ignoriamo le regole inutili. I dottori del marketing, i farisei del cinema e i sepolcri imbiancati negano che si possano fare film anche di “sabato”. Ma è solo in un “sabato” senza regole che potremmo scoprire di nuovo la “pazza gioia” di fare cinema. Una gioia pazzesca che se ne frega del marketing e delle inutili leggi dei 45 secondi. Il cinema è fatto per la gente, non la gente per il cinema. Solo così potremo tornare a ridere. Potremo tornare a piangere. Potremo emozionarci ancora una volta e potremo emozionare di nuovo il pubblico che ci aspetta.

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Andrea Piersanti


Tutti i profili di Piersanti che girano sono sbagliati. Duesse, per primo, può ricostruire la vera storia. Piersanti ventenne alla fine dei 70 lavorava non retribuito in una radio privata della capitale. Poi, per pagarsi l’università, con alcuni amici aprì un locale diventato subito una leggenda, il famoso “Cappellaio matto” di San Lorenzo (i resti sono ancora lì, a Via dei Marsi, vedere per credere). Il suo primo articolo, fra una birra e montagne di patate da sbucciare, fu un’intervista a Paolo Villaggio. Il pezzo venne rifiutato da tutti i magazine italiani. In quegli anni Villaggio era considerato un comico da 4 soldi: nessuno voleva un’intervista dove parlava di India, droga, giovani e delle sue vacanze da ricco in Sardegna con Suv imponente al seguito quando aveva paura di farsi riconoscere (e menare) dagli impiegati fantozzianamente in fila al molo. Alla fine l’intervista venne spedita a “Linus”, allora diretto da Fulvia Serra. Dopo un’attesa imbarazzante, una telefonata. “È tutto vero? – chiese Fulvia, e poi -. Sa, avevamo deciso di non pubblicare più interviste ma per questa faremmo un’eccezione”. Così iniziò il percorso professionale di Piersanti: dalla cucina di un pub fino alla Presidenza dell’Istituto Luce. In trent’anni ha fatto talmente tante cose (l’invenzione e la costruzione di www.cinematografo.it, Benigni dal Papa, l’Ente dello Spettacolo, ecc.) che qui lo spazio no…(to be continued)


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