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«Dieci volte meno incassi, cinque volte più di stipendio!»…È questa, in estrema sintesi, la vibrante ed altisonante protesta con cui il grande produttore francese Vincent Maraval (direttore di Wild Bunch che, tra l’altro, ha prodotto The Artist) ha duramente contestato il meccanismo dei cachet degli attori francesi. I quali, appunto, accettano compensi molto bassi in film stranieri – in special modo americani, meritevoli di dar loro maggiore visibilità internazionale – laddove per i film del mercato interno, spesso inesportabili, i compensi richiesti (e ottenuti) sono, sempre secondo Maraval, astronomici. Con un’aggravante: che nel sistema francese, ampiamente finanziato dallo Stato, buona parte di quegli stessi compensi risulterebbero provenire da fondi pubblici, che finiscono perciò per arricchire dei privati. Come, appunto, sono gli attori, al di là della loro immagine pubblica che appartiene tradizionalmente agli spettatori.
Inevitabile l’immediato paragone con il borsino degli artisti di casa nostra. Senza entrare nel merito delle singole cifre, che appartengono alla privacy dei singoli, possiamo però intervenire sull’argomento riguardo una specifica questione di principio che ci vede messi peggio dei francesi. La sensazione, non in tutti ma in molti casi, è che i nostri attori comincino a partecipare ad un film il primo giorno del set e finiscano con la fine delle riprese. Parlo di una partecipazione intima, di una condivisione dell’opera col regista prima e col pubblico poi; una partecipazione che sfocia perciò in una appassionata adesione alla diffusione del film, a meno che ovviamente non siano intervenute diatribe artistiche o legali. Ma qui parliamo della norma.
Bene.
Il cachet può essere alto o basso, in questo discorso non rileva. Rileva invece che molto spesso i film italiani sono condannati all’invisibilità fin dall’inizio a causa della scarsissima partecipazione dei loro interpreti a quella fase della loro lavorazione che è ormai importante quanto quella delle riprese e che si chiama, termine esecrato da tutti gli snob: PROMOZIONE! Artisti che si fanno pregare per andare a questo o a quel programma, o che li scelgono, addirittura, i programmi dove partecipare in linea con quella che ritengono sia la propria immagine…come se il film che sta per uscire e del quale sono invitati in radio, in tv, sul web o sui giornali fosse una cosa che non li riguarda più, avendo ormai finito le riprese o il doppiaggio. Come se il film fosse una faccenda che ormai è affare solo del distributore e degli uffici stampa, che devono vedersela con la promozione in un panorama informativo già complicato e asfittico di spazi.
Si tratta di un errore gravissimo: è dimostrato che nella stragrande maggioranza dei casi la promozione è fondamentale per la riuscita di un film al botteghino e i distinguo tra le riprese del film (cioè la parte artistica) e la promozione (la fase commerciale) è un’invenzione, perché il film è un’opera unica che appartiene tanto al regista quanto agli attori, oltre a chi lo ha finanziato e che ne detiene i diritti, cioè il produttore. Appartiene anche a loro non foss’altro perché è coi film che vanno bene che un attore può aumentare il suo cachet per il prossimo ruolo.
Anche senza scegliersi le trasmissioni dove decidere se e quando essere ospitato, lezione che dobbiamo ancora imparare – presto e bene – dagli americani!

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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