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La notizia che il tax credit è stato rifinanziato aumentando le accise sulla benzina è di quelle che potevano, anzi dovevano, essere diffuse in un modo completamente diverso. Il cinema italiano pullula di tanti soloni della comunicazione ma a nessuno, dico nessuno, è mai venuto in mente (noi lo andiamo scrivendo dalla notte dei tempi) che la produzione di un film, bene totalmente accessorio, non dovrebbe pesare in alcun modo sul costo dei beni primari, in cima ai quali c’è appunto la benzina. Il rischio, già ampiamente e malamente corso in passato, è che tutti coloro che non possono frequentare abitualmente i cinema a cuasa delle difficoltà economiche (ovvero la larghissima maggioranza della popolazione di questo Paese) non solo non capiscano per quale accidenti di motivo sono obbligati a contribuire alla realizzazione di film che non possono permettersi di andare a vedere, ma finiscano per convincersi – come è avvenuto tante volte – che quella del cinema è una casta di privilegiati che campa alle spalle della povera gente anche in tempi di crisi. Noi addetti ai lavori sappiamo che non è vero, gli altri NO! Il Governo italiano non è tenuto a fare campagne d’informazione per spiegare per quale motivo un piccolo prelievo sulla benzina contribuisce alla ripresa e allo sviluppo di un’industria culturale che produce a sua volta lavoro: è normale che si limiti alla mera divulgazione della notizia tout court e basta. Ma il nostro cinema, al contrario, è tenuto in maniera stringente a far capire al proprio pubblico e soprattutto al proprio pubblico potenziale le ragioni di questa decisione. Sarebbe bastato uno spot, in cui tre o quattro attori scelti tra i più famosi spiegassero con grande chiarezza il perché del prelievo e l’esercito degli automobilisti avrebbe capito. O, magari, avrebbe detestato un po’ meno questo obbligo altrimenti non comprensibile. Per il ripristino del Fus fu fatto un bellissimo video da Maria Sole Tognazzi coinvolgendo un plotone di bravi attori. Lo fecero girare poco, ma l’intenzione c’era. Qui, invece, niente. Non si vincono le battaglie culturali contro la gente cui sono rivolte. Mai! E il primo ad insegnarcelo è proprio il nostro cinema con la sua bellissima storia.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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