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Lo sanno, anzi, lo sappiamo tutti. Per l’audiovisivo, il nemico del presente, e ancor più del futuro, è la pirateria. Quella sul web, in particolare, rispetto alla quale il vecchio venditore clandestino col lenzuolo sul marciapiede ha oggi un rilievo marginale. Mi occupo di questo problema, sul quale sono stati versati giustamente fiumi d’inchiostro, perché c’è un aspetto – nell’emergenza di questo momento – che lascia a dir poco senza parole e che riguarda proprio i diretti interessati. Gli artisti: registi, attori, cantanti, autori. Mi spiego meglio. Recentemente ho realizzato per un importante convegno per così dire “trasversale” (cioè organizzato tra cinema, televisione e musica) un breve documentario in cui ho raccolto una quindicina di interviste realizzate proprio tra i protagonisti di film, show tv e industriali discografici, oltre ai vertici della Siae e di alcune associazioni di categoria. Gli artisti, in particolare, cioè i cosiddetti “faccioni”, quelli cioè che possiedono la maggiore potenzialità educativa e d’indirizzo nei confronti del pubblico che li guarda, bene, proprio loro – ho scoperto – sono tra i più tendenzialmente tolleranti nei confronti del fenomeno pirateria sul web. In sostanza, di fronte al rischio di perdita di milioni di posti di lavoro nel cinema e nella tv del solo vecchio continente (da parte dei tecnici o degli impiegati delle major dell’audiovisivo, però. Non certo per le star…), o dell’emorragia pazzesca che ha privato il nostro mercato discografico del 73% (avete letto bene!) del proprio fatturato, passato da 700 a 189 milioni di dollari in 10 anni a causa della pirateria sul web, bene tutti gli artisti che ho intervistato hanno espresso grande cautela nel timore di apparire “retrogradi” rispetto al proprio pubblico. Il punto di vista più o meno comune a tutti è infatti questo: Internet mi permette di essere visto dove non arriverei mai rispetto alla circolazione del mio film quindi, alla fine, anche se mi ci fa arrivare rubando il film o spacchettandolo in mille clip che privano il film di qualsiasi filo logico e artistico, chi se ne importa. Il produttore ci perde, io, attore o regista ci guadagano perché mi conoscono così anche dove il film non potrebbe mai arrivare. In più, visto che il pubblico del cinema è costitutio per lo più da giovani i quali sono i primi ad usare Internet, meglio evitare di scagliarsi contro quel mezzo e trovare altri compromessi che non facciano sembrare l’attore un repressore proprio nei confronti di chi lo ama. Del produttore, che perde con la pirateria oltre il 30 per cento del proprio investimento fin dalla sceneggiatura, chi se ne importa. Gli agenti penseranno a trattare il miglior cachet, come sempre. E il cachet, della pirateria, se ne frega ampiamente le mani. Fin qui, oltretutto, il punto di vista degli attori e registi che ho intervistato. Lo sbigottimento è arrivato quando una decina dei nostri più famosi registi hanno addirittura rifiutato di farsi intervistare su questo tema nel timore di cui sopra, se non addirittura dichiarandosi spavaldamente a favore dei pirati del web per sembrare più democratici, evidentemente. Che, in assenza di norme, vinca il più forte anziché il migliore a questa gente non interessa più. La barca affonda e ognuno salta sulla scialuppa che trova, anche se il mare è lo stesso per tutti.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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