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L’utilità di una rubrica quindicinale, com’è questa, sta nella facoltà di poter riflettere su temi contrapposti che, fino a qualche giorno prima, erano così scottanti da sembrare inavvicinabili senza doversi schierare per forza. In questo caso, parlo dell’annuncio-provocazione del ministro Bondi di volere o potere “metter becco” nella composizione della giuria della prossima Mostra del Cinema di Venezia, dopo la “deludente” (ma sono volati aggettivi molto più pesanti) prova fornita da quella presieduta da Quentin Tarantino. Un intervento, tanto per riassumere, che fa seguito a scambi di accuse, anche molto dure, tra il ministro ed il mondo del cinema, oltretutto assillato dai tagli avvenuti sul Fondo Unico per lo Spettacolo succedutisi a ritmi effettivamente impressionanti. Ho già dedicato poco tempo fa un’intera rubrica alla necessità di un ritorno al dialogo tra i due contendenti (era l’epoca delle fiammate intercorse tra Bondi e il cinema italiano nel corso del Festival di Cannes, culminate con le dichiarazioni della Palma d’oro Elio Germano). Se mi rifaccio vivo sullo stesso tema è perché credo non si sia neppure iniziato a fare quel minimo necessario per “trattare” con chi ci appare come un avversario. E cioè, capire cosa pensa, quali sono i suoi meccanismi, magari per poterli smontare, ovviamente sempre in sede di dibattito. Ci provo io. Contrastato per la sua vicinanza al premier fin dall’inizio del suo incarico, Sandro Bondi si è trovato a giocare da subito in difesa. Dopo i tagli, che peraltro si è adoperato (per quanto possibile, e parzialmente) a reintegrare, dalla difesa si è ritirato addirittura sulla linea di porta, perché con la manovra Tremonti rischiavano di sparire per sempre istituzioni storiche e indispensabili come il Centro Sperimentale di Cinematografia. Che esiste ancora. Ciò, com’era inevitabile, non gli ha risparmiato alcuna critica, rovente come quelle che, da altre parti, sono comprensibilmente piovute sul suo collega di governo Sacconi (caso Fiat) e su un’infinità di altri membri del governo trovatisi a gestire la stagione dei tagli più sanguinosi da almeno vent’anni. Facile da capire come poi, viste le critiche venute dal pubblico e da molte parti del nostro cinema anche sui risultati della Mostra del Cinema, il ministro possa aver pensato «Ma come, io mi sbraccio a salvaguardare i fondi per la Mostra, non ricevo neppure un grazie di solidarietà e poi un gruppo di americani fa strage dei ben quattro film nazionali in concorso? Allora i soldi che spendo cerco di investirli per avere anche un ritorno anche sul nostro mercato, e magari potessi scegliere io i membri, così almeno quei 6-7 milioni che lo Stato dà a Venezia sarebbero ben spesi. Tanto, che lo faccia o no, quelli mi detestano lo stesso». È un ragionamento-sfogo che, se ci sono andato vicino, è naturalmente lontano anni luce dal modo di vedere della “controparte” cinematografica. Tra l’altro, in tempi recentissimi, presidente della Giuria Mario Monicelli e Stefano Accorsi come giurato non premiarono un capolavoro come Buongiorno notte di Bellocchio, pur essendo ambedue lontanissimi da Tarantino e Co. D’altro canto, va ricordato al ministro che l’erogazione di quei milioni è regolata da leggi e regolamenti dello Stato, e deve avvenire senza alcun condizionamento politico, così come che la cultura vive solo se è indipendente, anche se in Italia a volte si è troppo spesso seduta sull’abitudine ai contributi statali. Da ambedue le parti si potrebbe partire a ragionare perciò dalla proprie differenze, anziché cominciare a cercare un punto d’incontro. Rovesciare il metodo, potrebbe essere utile. Almeno stavolta. Purché poi si prosegua davvero. Fino a trovare un’intesa.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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