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Nell’ultima rubrica su queste colonne mi sono occupato della sostanziale ipocrisia con cui attori e registi tra i più noti (Molti. Non tutti. Moltissimi) evitano di farsi coinvolgere in prima persona nella battaglia contro la pirateria. Fenomeno ancor più evidente se poi il fronte viene per così dire “allargato” al mezzo principale usato dalla pirateria, e cioè Internet. Come ho avuto modo di osservare realizzando un documentario in materia, lo stupore è massimo nel vedere che da noi i primi a non credere attivamente nella lotta a chi toglie loro il lavoro sono proprio gli attori e i registi di fama. Totalmente disinformati molti, lontanissimi – nel migliore dei casi – gli altri. Come, cioè, se il fenomeno della pirateria (che nei prossimi anni mette a rischio circa un milione di posti di lavoro nel mondo di cui potenzialmente 30mila solo in Italia) fosse un problema di esclusiva competenza del produttore e del distributore, avvezzi a maneggiare il “vil denaro, sterco del demonio”. L’artista si comporta in questi casi come il praetor che non curat de minimis…salvo poi continuare a chiedere i “massimis” del proprio compenso come se niente fosse. Anzi, la cultura diffusa è che sia fico scaricare un film da Internet, perché “la rete è democratica” e via con tutto il solito profluivio di banalità che in questi casi fa sempre effetto dire, per sembrare al passo coi tempi, essere “yeah” e amici di tutti… Al Festival di Roma ne ho avuta la conferma ai massimi livelli anche internazionali. Ho rivolto la domanda classica “cosa pensa delle ore di cinema che Internet mette in Rete ogni giorno senza pagare i diritti a nessuno degli autori, degli attori e dei produttori ”a una star come Ricahrd Gere, buono e buonista, bud e buddista (mi si passi la facezia). Uno che coi suoi film, debitamente e arbitrariamente spacchettati, clippizzati (chissà da chi, oltretutto) spopola sui vari Youtube… Bene, Gere mi guarda intensamente e poi mi risponde che non ha “alcuna opinione al riguardo”. Lui, che sta ad Hollywood dal 1980, anno di American Gigolò, che ha visto l’avvento del vhs prima, del dvd poi e di Internet infine… Che non sa cos’è la pirateria!!!! Ritento chiedendogli cosa prova vedendo Pretty Woman massacrato sul web, stessa risposta. “Non me lo sono mai chiesto”. L’ho lasciato andare con un senso di pena infinita. Se i pirati sono anche ad Hollywood, bè, allora la battaglia è già perduta.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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