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È necessario e urgente tornare ad occuparci del Festival di Roma. La sensazione, infatti, è che il tentativo di recuperare la famosa e fondamentale “identità” per la manifestazione nata in periodo di vacche relativamente grasse (ma addirittura debordanti, in quanto a disponibilità degli sponsor) rischi di andare a vuoto a causa della crisi attuale che ha costretto al taglio delle borse cui, in mancanza di un sostanzioso contributo ministeriale, il festival attinge per sopravvivere.
In sostanza, come ha detto Marco Müller in più di un’occasione, questo è l’anno in cui il festival deve decidere se crescere o morire. È vero. Non è più il momento di creature costose ma dall’andamento incerto.
Vogliamo sintetizzare?
Estate. Il festival deve vivere tutto l’anno. Roma non è il Lido di Venezia che ha sì e no 8.000 residenti. La Capitale ha due milioni e 500mila abitanti che ormai non vanno più in ferie, o quasi, se non per un paio di settimane, per problemi economici. E così, centinaia di migliaia di romani non hanno più i soldi per andare al cinema, che peraltro d’estate sono anche chiusi. Vogliamo rispolverare il know how di Massenzio (è pure made in Rome, santo cielo, e che ci vuole! Facciamolo rivivere davvero, il genio di Renato Nicolini, oltre alle giornate a lui dedicate), vogliamo portarglielo sotto casa il cinema alla gente che non può andarci? Film, anteprime, dibattiti. L’Isola Tiberina è un esempio vivente: affollatissima tutte le sere, con ristoranti, mostre, negozi. E allora due, tre, quattro schermi che portino la gente fuori casa, come negli anni Settanta, quando oltre alla malavita e al terrorismo c’era, come oggi, una crisi spaventosa che mordeva il portafogli. La manifestazione di una settimana ai Parioli, che le star vengano o no, non basta più. Rischia di sparire, invisibile. Tra gli enormi problemi della città e della gente. E Dio solo sa la rabbia che può provare un malato senza ospedale o una famiglia senza casa nel vedere che per mesi, dico mesi, i titoli dei giornali in cronaca di Roma sono stati dedicati alla “Guerra del festival” come se si trattasse di un’emergenza mondiale. Chissenefrega.
Questa consapevolezza, che il festival come tale non basti più (sette od otto giorni e poi arrivederci, restano solo cartacce e piatti di plastica), Marco Müller l’ha detta e l’ha scritta come stiamo facendo noi fin dalla prima edizione (Müller era ancora a Venezia e in tempi assolutamente non sospetti). Bisogna che questa scelta venga fatta ora, subito, prima della fine dell’anno. Gli sponsor sono impoveriti, è ovvio, e indecisi sulla visibilità del loro marchio chiuso nel chilometro quadrato dell’Auditorium ai Parioli. Vedrete che se qualcuno gli proporrà di appoggiare un’iniziativa davvero popolare, in mezzo alla città, accanto alla vetrina d’autunno, non mancheranno.
Questa, questa è l’identità del festival di Roma. È là, basta prendersela. E se ciò non dovesse succedere, bene, allora Roma dovrà interrogarsi sul perché una grande capitale mondiale non può permettersi un festival importante se non dopo, come ha fatto Berlino (rasa al suolo e ricostruita daccapo, quindi senza i problemi di tutte le altre grandi metropoli storiche) aver risolto la lunghissima lista di priorità che, come dice la parola, vengono prima.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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