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Ricordo un cinegiornale del 1970 dedicato alla Mostra di Venezia immediatamente dopo la contestazione del 1968 che ne cambiò lo statuto, stravolgendone però l’esistenza fino a chiuderla per diversi anni. L’incipit, mentre la cinepresa inquadrava un solitario Orson Welles sulla spiaggia dell’Excelsior accigliato nel fumare un sigaro, era il seguente: “Venezia, anno zero”. Guardando, en passant, l’Auditorium Parco della Musica di Roma, ora deserto sotto la pioggia a poco più di un mese dalla fine dell’ottava edizione del Festival internazionale del film, torna in mente la medesima frase. Roma anno zero. Sì, perché mentre è in scadenza l’intera gestione sia del Festival sia della Fondazione che lo gestisce (e il Direttore generale Lamberto Mancini si è dimesso per un altro incarico esterno), l’assenza di valide prospettive per un festival nato già come “un’anatra zoppa”, per dirla con Obama, diventa opprimente come il cielo plumbeo di questo tardo autunno. Dapprincipio, infatti, il Festival era nato come un’intuizione del duo Veltroni-Bettini per creare a Roma un polo d’attrazione intorno al cinema e all’audiovisivo, manovra comprensibile anche elettoralmente, schiacciando la Mostra di Venezia grazie ad un budget stellare messo a disposizione da sponsor privati, quindi maneggiabili senza render conto alle regole del denaro pubblico. L’anatra era già zoppa (anche se i soldi ne coprivano le magagne) perché l’assenza di qualsivoglia presupposto scientifico-culturale che non una vetrina dei film rimasti da Cannes e Venezia era troppo debole per reggere una manifestazione di 10 giorni rivelatasi, per la verità in modo estroso e a tratti geniale, come una luccicante vetrina di star ma carente dal punto di vista dei film, affondati – ironia della sorte – proprio da quelli di Venezia. La gestione triennale di Marco Müller si è invece dovuta scontrare con la crisi economica, il ridimensionamento del budget ad un quarto di quello originale e, sul piano politico, con l’ostilità di un mondo (e di un demi-monde) che si era assestato sulla gestione Veltroni, e che mal ha digerito un Direttore lì apposto dal duo Alemanno-Polverini. Il mancato sviluppo di un vero ed autorevole mercato (il concorrente è Cannes, un mostro) fa dire al presidente Anica Riccardo Tozzi che, ormai, o a Roma si costruisce un Palazzo del Cinema o i soldi del Festival sono denari buttati. Come dire spara alla luna, visto che in Italia c’è un solo palazzo del cinema, è a Venezia, ed stato costruito 80 anni fa! Che aspettiamo a fare un grande convegno per far capire alla politica cosa pensa il MONDO DEL CINEMA ITALIANO di questo festival senza lasciar decidere tutto ai soliti noti?

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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