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Il cinema italiano procede per tentativi, scrive su Il Giornale Pedro Armocida nella sua analisi del crollo dei biglietti venduti nel 2012 (meno dieci milioni di biglietti, meno 8% di incassi, una tragedia). Si tratta di un’immagine che rimanda ad un’altra. Paolo Villaggio, 80 anni compiuti lo scorso 31 dicembre. Prima del suo compleanno, ad Antonio Gnoli di La Repubblica dice: «Mi sta venendo il gradito sospetto che sarò ricordato come Fantozzi». Negli stessi gior ni, a Costanza Rizzacasa D’Orsogna di Italia Oggi racconta con uno sbuffo: «Ormai quei film (Fantozzi, nda) non li guardo più. Invecchiando, faccio meno stronzate». Immagino che lei non abbia mai fatto scuole di recitazione, domanda lieve lieve Gnoli. «Io no», risponde secco. Alla collega di Italia Oggi dice: «La politica italiana degli ultimi cinquanta anni è basata sull’aggredire chiunque abbia fortuna». E ancora, a La Repubblica: Fellini «voleva fare il cinema. Ma ormai il cinema voleva sempre meno essere fatto da Fellini». Tristemente: «È difficile durare per sempre». All’inizio degli anni Ottanta, Villaggio concesse una strana intervista al sottoscritto. Era la prima volta che provavo a “fare il giornalista”. Il mio primo articolo, la mia prima intervista. Ero un giovanotto con un sacco di capelli ma nessuna professionalità. La verità è che Villaggio mi concesse quella intervista per motivi poco giornalistici. Andavo nello stesso liceo con la figlia Elisabetta e, lo capii solo durante quel lunghissimo pomeriggio, mi aveva ricevuto con la speranza di scrutare attraverso me il mondo dei suoi figli, che non capiva e che gli sembrava gli stessero fuggendo di mano. Arrivai alle 3 del pomeriggio, me ne andai alle 10 di sera. Non cenammo, né io né lui. Mi aveva chiesto all’inizio: hai visto i miei film o letto i miei libri di Fantozzi? Paonazzo come un peperone avevo risposto di no. Parlammo per ore. Una conversazione infinita. L’India come visione del futuro del mondo, le canne, i giovani, il terrore di essere riconosciuto al molo di Olbia dai turisti fantozzianamente in fila sotto il sole. Ci misi sei mesi a sbobinare l’intervista. Ma tutti i giornali italiani la rifiutarono. Il mediatore che si era prestato a battere le redazioni per me, tornò scuotendo la testa. La verità? Non lo sopportano. Lo considerano “solo” un comico (e a molti direttori sta anche antipatico) e non capiscono come possa parlare di cose serie, mi disse. Alla fine (un’intuizione di Sabrina, la donna che ho sposato e con la quale vivo da 30 anni) la mandai a Fulvia Serra, direttrice di Linus. Dopo un’attesa che mi parve infinita, mi telefonò. Non c’erano email o telefonini, allora, e la comunicazione procedeva un po’ a rilento. Si passavano i pomeriggi attaccati al telefono di casa con la speranza che squillasse. Ma è tutto vero?, mi chiese. Sa, aggiunse, avevamo deciso di non pubblicare più alcuna intervista ma per questa, lo abbiamo deciso in redazione, vorremmo fare un’eccezione. La pubblicarono. Fu l’ultima intervista pubblicata da Linus, ma fu anche il debutto di Villaggio nella tribuna dei predicatori all’italiana. Sono frammenti di un puzzle che sembrano un ritratto, o meglio una metafora, dei tentativi del cinema italiano di cui parla Armocida. Di fronte ai colpi della crisi, la comunità del cinema italiano arranca con gli stessi tic e le stesse manie dei tempi dell’età dell’oro. Come Villaggio, nei convegni dove si discute del futuro del cinema italiano, si parla poco o nulla della formazione professionale. Si chiedono più soldi per la produzione o la distribuzione ma neanche un centesimo per le scuole di cinema. Immagino che lei non abbia mai fatto scuole di recitazione, domanda lieve lieve Gnoli. «Io no», risponde secco. Appunto. Come Villaggio, il cinema italiano ha poche idee e confuse. Fantozzi è un capolavoro. Fantozzi è una stronzata. Appunto. Come Villaggio, il cinema italiano soffre di invidia. «Aggredire chiunque abbia fortuna» è la prima regola anche della nostra piccola comunità di cinefili e non solo della politica italiana. «Il cinema voleva sempre meno essere fatto da Fellini». «È difficile durare per sempre». Infatti. Dovremmo smetterla di lodarci per un passato che non torna e dare maggiore spazio ai giovani. «È solo un comico». Perché alla fine è questo il problema più grande. Il cinema viene considerato una specie di accessorio, forse buono per fare carriera in politica (Veltroni docet). Ma poi? Veniamo relegati negli angoli più bui, vicino alla macchinetta del caffè. Politica e Cultura ci passano accanto, ci sorridono, e ci chiedono dove scaricare il nuovo film di Tarantino. E allora? Siamo costretti a dare ragione a Villaggio. Per una volta. Alla collega di Italia Oggi aveva ringhiato: «Meglio una fine spaventosa e che uno spavento senza fine».

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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