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Stavolta possiamo ben dire di aver cominciato noi. Il primo pezzo che, or sono dieci anni, ho scritto per questa rubrica era infatti dedicato proprio al modo in cui i cosiddetti talent vengono, per così dire, “impacchettati” ad uso e consumo della stampa televisiva. Mentre, ad esempio, i photocall ormai allargatissimi (e giustamente!) anche alle troupe tv e le conferenze stampa stabilmente moderate da un collega autorevole continuano a vivere con giovinezza la loro immortalità, le interviste televisive segnano purtroppo il passo. Con conseguenze serie. Ora spiego perché, tenendo sempre ben presente che questa non è una rubrica partigiana.
Nel senso che non tira l’acqua al mulino né dei giornalisti né degli uffici stampa. Lo sforzo, semmai, è quello di far lavorare meglio entrambe le categorie, in termini di migliori risultati. Dieci anni fa, dicevo, scrivemmo della sempre maggiore inadeguatezza dei classici “set” nei quali vengono quasi sempre costretti attori e registi spesso famosissimi, a volte esplosivi, se lasciati liberi di esprimersi anche fisicamente, o dive bellissime, o comici esilaranti che finiscono inevitabilmente per appassirsi, intimidirsi, azzerarsi seduti ad un metro di distanza dal giornalista, in stanze buie, con luci sepolcrali (e non vada a detrimento dei service: gli operatori sono quasi sempre fantastici. Sono le location, per lo più stanze d’albergo scarsamente illuminate ed anguste, impossibili da illuminare decentemente anche per Storaro e Rotunno messi insieme). Il tutto in slot, …ormai siamo ‘mericani, generalmente di 4-5 minuti (eccezion fatta per Scorsese che, da bravo professionista, ne ha imposti ben dieci! Viva la faccia di un grande regista). Sento già le voci «ma ce lo impongono gli americani». Sbagliato: è un sistema che viene usato anche con gli italiani. Oppure «ma è più comodo»: è vero. Per loro, forse, ma non per i giornalisti che si trovano con interviste tutte uguali, statiche da morire, prefabbricate nell’immagine e nelle risposte. Alla fine, tutti i tg sembrano aver preso un’intervista redazionale dalla distribuzione, sempre la stessa, da caratterizzare con il controcampo del giornalista a seconda del tg che la manda in onda. Questo, dieci anni fa. Era facile svincolarsi. Ove possibile, al costo di una troupe pagata dai tg, il giornalista poteva muoversi in autonomia e fare delle interviste veloci ma almeno personali, in piedi, con una bella luce, gente che passa, Roma sullo sfondo. Un’intervista, in altre parole, “viva”!
Oggi, le cose sono molto cambiate. I tg non hanno più fondi, specie per il cinema, ed ecco allora che il contributo fornito dalle distribuzioni, intervista “fissa” di cui sopra, ha assunto un’importanza enorme in quanto spesso unica intervista da poter realizzare. Ecco allora che i difetti di cui parlavamo, da estetici (ma il cinema è immagine e l’estetica è dunque fondamentale) sono diventati strutturali e molto più evidenti per tutti gli utilizzatori. L’omologazione delle immagini e delle interviste stesse, con l’imbarazzo della locandina king-size alle spalle che incombe su tutto hanno fatto sì che in tanti tg si stia ripensando seriamente all’utilizzo delle interviste così realizzate. Anche perché, omologazione per omologazione, si potrebbe a quel punto attingerle a costo zero dall’epk del film che puntualmente viene sempre consegnato.
Ma sono interviste promozionali, si dirà da una parte, è chiaro che il film si deve vedere. Ma noi facciamo i giornalisti, non i venditori di spazi pubblicitari, si dirà dall’altra. La soluzione va concertata, è ovvio, e propongo un tavolo di discussione tra il SNGCI e il raggruppamento degli uffici stampa. Al di là delle trattative, nel frattempo, il mio personale suggerimento è quello di usare i service per riprendere i photocall e distribuirne le immagini ai tg. E di abolire i loculi almeno per i talenti italiani. Si possono allestire set in piedi o all’aperto o lasciare al giornalista un minimo di regia.
Please.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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