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Di che cosa si parla quando si parla dell’Archivio di Cinecittà Luce, ultimo vero bunker contro dei tagli alla spesa che solo adesso, nel pieno del loro vigore, stanno dimostrando la loro potenza distruttrice? Bene, per me che lo frequento pressoché quotidianamente da una decina d’anni (ognuno dei miei documentari è nato guardando i materiali dell’Archivio storico Luce, anche se poi a volte non li ho usati) le immagini contenute in quegli archivi non sono solo la memoria storica di questo Paese, il che è tra l’altro verissimo. No. Quelle immagini sono le radici anche del nostro futuro! E non parlo soltanto del fascismo, del prefascismo, delle guerre mondiali e del boom economico, su cui si è detto e scritto e visto molto esclusivamente grazie ai cinegiornali custoditi nei cellari di Cinecittà. No, io parlo della visione del nostro futuro, che non può in nessun modo prescindere da quella del nostro passato. Non si può immaginare una nuova auto se non si conoscono quelle vecchie, così come non si può immaginare un nuovo film, un nuovo documentario, non si può in definitiva immaginare niente se non si è visto, se non si conosce il passato di quello stesso argomento. Si parla dell’Unità d’Italia, si è inneggiato spesso all’insostituibilità dell’archivio Rai (cosa sacrosanta) ed ora leggiamo che i fondi per il finanziamento di Cinecittà Luce, che è oggi la nuova ragione sociale del vecchio Istituto Luce fondato dal Fascismo, si sono ridotti del 60%, come se l’archivio che di fatto precede quello Rai, che nasce solo nel 1954, non avesse più valore. E potesse essere trascurato. Andate sul portale, consultatelo con una voce a caso. Scrivete Italia sul motore di ricerca così ben curato da Edoardo Ceccuti e vedrete cosa uscirà fuori: vi verranno le lacrime agli occhi! Certo è che fin dal dopoguerra gli enti del cinema pubblico, ad eccezione del solo centro sperimentale che mantenne da sempre la “mission” per cui era stato fondato dal duce, e della Cineteca Nazionale (altro insostituibile archivio filmico), sono sempre stati al centro di ampi dibattiti sulla loro utilità. In altre parole il tentativo statale, specie dopo il ’68, di dare a quello che all’epoca era l’Ente Autonomo di Gestione per il Cinema un’identità anche produttiva e distributiva, facendo cioè entrare lo Stato in attività commerciali in concorrenza coi privati, prestò da sempre il fianco a grandi polemiche. Perché mai lo Stato usa le tasse dei suoi cittadini per far loro concorrenza nella produzione e nella distribuzione (e, da ultimo, anche nell’esercizio) dei film? Non è questa un’attività squisitamente privatistica? Da qui le accuse al “carrozzone”, un po’ d’inchieste tra gli anni 80 e i 90, la gestione di Cinecittà diventata Telecittà… insomma, questo è un periodico per addetti ai lavori, quindi chi sta leggendo ricorda bene a cosa mi riferisco.
Polemiche e dibattiti non senza fondamento. Che, però, ora, davanti all’emergenza, non sono importanti. Perché almeno il suo archivio il Luce, o come diavolo lo chiameranno, deve tenerlo, promuoverlo e svilupparlo come ha fatto benissimo finora, digitalizzandolo e rendendolo persino consultabile online, con il ritorno economico che deriva dalla sua commercializzazione. Il Capo dello Stato ha appena detto che è una priorità nazionale l’investimento nella ricerca. Ebbene, non esiste ricerca che non affondi le proprie radici nel passato. E per l’Italia intera le centinaia di migliaia di immagini custodite dal’Archivio Luce sono il passato.
Il nostro passato!

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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