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Mentre scriviamo sono state da poco annunciate due attese nomine per il Festival di Roma: Piera Detassis alla presidenza della Fondazione che gestisce il festival, per la cui direzione artistica la scelta è invece caduta sul nome di Antonio Monda. Nel primo caso si tratta di una risorsa che ha già ricoperto l’incarico di direttore della manifestazione (a mia memoria, unico e lusinghiero caso di ex direttore che diventa presidente dopo Gilles Jacob a Cannes); nel secondo, invece, parliamo di un giornalista già coinvolto in una delle sezioni che sono state un vanto del Festival, e cioè le masterclass di grandi star del cinema straniero. Non c’è motivo di dubitare che faranno bene, anzi di più. A questo proposito, rivolgiamo alcune osservazioni a tutti i soggetti interessati di diritto e di fatto alla Ri-Fondazione (questo è il nome che proponiamo scherzosamente anche all’Ente che gestisce il Festival) della manifestazione, da sempre alla ricerca di un’identità che è talmente vicina da rendersi invisibile. Rivendichiamo di essere stati i primi a scrivere fin dalla edizione numero uno del 2006 che un festival in una capitale occidentale (unico caso al mondo a parte Berlino, che essendo stata integralmente ricostruita dopo la Guerra non presenta tutte le emergenze delle capitali storiche del vecchio e del nuovo continente) non può non avere una vocazione largamente popolare, coinvolgendo in particolar modo quegli strati della popolazione che non hanno i mezzi per andare al cinema. Itinerante, divulgativo, istruttivo, conoscitivo: questo è un festival di una grande capitale. Rivolto ai cittadini, non arroccato in un quartiere residenziale come l’Auditorium Parco della Musica ai Parioli e accessibile al pubblico dei soliti noti e agli scolari utili per aumentare il volume totale dei biglietti venduti. Un festival che ripercorra la strada di Massenzio, s’è detto, e che alla rassegna autunnale accompagni un ampio ventaglio di proposte estivo, in una stagione in cui escono diversi blockbuster accompagnati da star in promozione. Ed è a questo punto che cadono tutti gli asini, perché qualsiasi direttore non votato esclusivamente al pubblico interesse capirà che se persegue quest’obbiettivo non sarà lui ad emergere bensì la manifestazione stessa. Il cui successo, è probabile, sarà accreditato alla formula inventata da Renato Nicolini, personalità che non ha lasciato eredi né culturali né ideologici ad eccezione, per certi versi, di Walter Veltroni che infatti è il patron (insieme a Goffredo Bettini) di questo Festival. Il nuovo direttore sarà in grado di sacrificare perciò una parte del proprio ego a favore della creazione di una manifestazione che finalmente possa vedere in concreto l’affiancamento al sostantivo “festival” anche l’aggettivo “popolare” senza per questo abbassare in automatico il proprio impegno a rendere Roma un Festival Internazionale invece che un’arena estiva? Che, in buona sostanza, si senta in grado di proporre e lottare per affermare il progetto per differenziare Roma da Venezia e Torino costruendole una strada ad hoc? Tutte le strade portano a Roma, compresa quella del nuovo direttore del festival. Se, come pensiamo, somiglierà a quello che occorre, saremo felici di sostenerlo.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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