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L’argomento è di quelli evergreen. Divi e divine del grande schermo, da sempre, hanno catturato l’immaginazione popolare che in essi proiettava i propri sogni. Sogni in special modo romantici, se si pensa che nell’ormai mitico “anno-picco” del nostro cinema, il 1955 con i suoi 819 milioni di biglietti venduti, il film in testa alla top ten era l’altrettanto mitico mélo Catene di Raffaello Matarazzo, con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson. Poi, grazie anche ai rotocalchi prima e ai fotoromanzi dopo, l’attenzione si è spostata sui volti del piccolo schermo, che nel frattempo aveva sostituito lo star system cinematografico. Oggi sono le gesta dei calciatori a rimpiazzare nel cuore del pubblico le vicende di star e starlette. Fenomeno che ha provocato un evidente intreccio di questi due mondi, sempre più contigui. Caso tipico, la velina che sta col calciatore. Il fatto è che l’invasione di tanti, troppi sconosciuti con ancor meno talento degli spettatori che li guardano sui reality esattamente per questo motivo, sta tuttora determinando un mutamento direi genetico del rapporto tra i divi, volgarmente degradati al rango di “vip”, e il loro pubblico. Il quale li percepisce ormai come una casta privilegiata e strapagata, i cui meriti sono, se non inesistenti, almeno discutibili. Insomma, come peraltro confermato da tanti scandali, anche recentissimi, per lavorare al cinema o in tv basta che ti scegli i letti giusti.

Qualcosa probabilmente si sta fratturando nel meccanismo che legava la celebrità, ma anche la stima e la reputazione di un personaggio all’approvazione di un pubblico sempre più consapevole del fatto che oggi, se tizio diventa una star, è grazie anche… grazie al suo televoto! Recentemente sono stato a una manifestazione alla stazione Termini dove una splendida ex-miss Italia, oggi volto affermato della tv, testimoniava per uno sponsor. Alcuni non potevano non notare la sua bellezza, sia pure a denti stretti, come se fosse un’ammissione faticosa, altri la stigmatizzavano con frasi astiose sul compenso percepito per quella prestazione. Appena vent’anni fa, invece, quelle stesse persone avrebbero fatto ordinatamente la coda per un autografo, emblema del divismo che da molto tempo (dove son finiti i mercatini degli autografi ai grandi festival di Cannes o Venezia?) ha perso una grandissima parte del proprio appeal. E allora, come diventare e soprattutto come restare un divo o una diva in anni, come questi, di disattenzione, ostilità e, soprattutto, di concorrenza spietata? Anni in cui uno sconosciuto di 15 anni uscito da un reality dove si canta o ci si spoglia può spazzare via dalla copertina di un grande magazine, sostituendola senza pietà, anche la più celebre diva del cinema italiano, e per di più all’ultimo momento? Bene, è ovvio che non esiste e non esisterà mai una formula per rispondere a questa domanda. Qualche piccolo spunto, però, si può provare a definirlo. Ovviamente al netto di nomi, per quanto possibile, perché gli avvocati costano. Come si diceva per i calciatori, i nuovi centurioni dell’immaginario popolare, l’importante è tornare a far ridestare quel meccanismo di immedesimazione del pubblico negli ideali e nei valori espressi dal “personaggio” piuttosto che a riconoscersi nella condanna dei suoi disvalori. Quindi, innanzitutto, essere sinceri. O almeno sembrarlo. Sempre. Non c’è nulla che si perdona al divo meno che la sua insincerità, in pubblico ma anche nella vita privata. Altra cosa, leggere i giornali, e avere un’opinione sui grandi temi d’attualità, evitando di dire con distacco “non mi occupo di politica”. Significherebbe ostentare un lusso antipatico poiché lo spettatore deve occuparsene eccome, visto che la politica lo stritola. Inoltre, se si sposa un progetto artistico, ad esempio accettando un ruolo in un film rischioso, e che magari non va bene come poteva o doveva, non prenderne le distanze, ma anzi sostenere ancor di più le ragioni che hanno indotto ad accettare quel ruolo, fermo restando che in privato si potranno rompere piatti e vasi (in testa all’agente che ci ha consigliato) per la sciocchezza che si è compiuta. Se c’erano dubbi, allora si poteva rifiutare. Invece, prima a farsi belli e poi a sgranare un distinguo dopo l’altro per differenziarsi dall’insuccesso ottenuto. Allora è chiaro che lo si è fatto solo per soldi. Di faccia, il divo ne ha una sola. Persa quella, perso tutto. Sul look, non mi pronuncio perché bellezza o bruttezza non si possono correggere oltre misura... Diciamo che la bellezza, e quell’altro elemento senza il quale non si va da nessuna parte che è il fascino, si possono però capitalizzare dimostrando, ma senza petulanze eccessive (che rivelerebbero pericolose insicurezze), di avere anche una testa, e magari anche un’anima, bella quanto il viso o il corpo. Ricordandosi però che sono intenzioni da mantenere anche privatamente. Se vi fate fotografare mentre donate il sangue, e poi un qualsiasi telefonino vi riprende per strada mentre allontanate con indifferenza un bambino che vi chiede l’elemosina, ciò che vi attende è di finire nel mirino di Striscia come Edoardo Costa e la sua “beneficenza”.

Resta poi la vita privata. Un divo dev’essere saggio, non solo fortunato perché celebre e ricco. Tutti quei problemi quotidiani che attanagliano anche il suo pubblico, come ad esempio la famiglia o il matrimonio, lui li ha affrontati, e magari risolti, con trasparenza e sincerità. E se commette un errore non lo nasconde, anzi, ne parla prima che una moglie abbandonata scriva un memoriale prezzolato per infangarlo. Un divo sentimentalmente inattaccabile è il Divo per eccellenza: mai si è parlato così bene della Loren da quando ha messo su una bella famiglia italiana, mai della Bellucci – anche come attrice – come da quando ha una famiglia serena. E se poi volano i piatti, amen, perché sarà successo “anche a loro”, ma i nomi sono evidentemente citati solo come esempio di quello che spesso avviene a noi. Ecco, allora, il divo o la diva presi a modello. Da quant’è che non succede più?

Oggi va molto l’understatement, il minimalismo. Ma, indipendentemente dalle mode, mai e poi mai essere i “numeri uno”, cioè i più famosi tra i presenti, in occasioni mondane che non sono alla vostra altezza. Siete un attore affermato, con 50 film alle spalle? Bene, non andate a party o cene dove il numero due è il vincitore di un reality o della sezione giovani di Sanremo. E non state a guardare se ci sono nobili perché, dalla proclamazione della Repubblica, ci sono sempre, e come ampiamente testimonia il volume Cafonal di D’Agostino e Pizzi, non fanno “di una sera una serata”. Okay invece agli inviti dove di “numeri uno” ce ne sono diversi, e ovviamente no a quelli dove c’è qualcuno molto più importante di voi, a meno che non si tratti di Rita Levi Montalcini, di un fisico nucleare o, insomma, di una personalità che non appartiene al vostro mondo, quello dei divi o degli aspiranti tali. La gente leggerà e vedrà che non si è andati a reggere una festa sulle proprie spalle, bensì a passare una serata con dei cari amici molto importanti, cosa che “fa immagine” e anche sostanza. Bene, quanto alla vita familiare e sentimentale, si può prendere dall’unico esempio che cito volentieri: Fiorello. Dopo anni in cui i suoi alti e bassi hanno dato da mangiare a generazioni di giornalisti, ha saputo tenere la sua famiglia lontano da pettegoli e impiccioni. Tecnica in cui Fiore è maestro anche perché sa bene che i posti dove ti beccano sono pochi, e di conseguenza è facilissimo seminare fotografi e paparazzi, se davvero si vuole. La foto nudi mentre ci si tuffa da uno yacht in acque che chi legge può soltanto sognare, oggi come oggi, non fa bene a nessuno. Specie se non si ha il fisico.

Insomma, poche regole ma credo di buon senso. Certo, poi, per essere e restare dei divi bisogna essere anche bravi attori.

Ma questa, temo, è proprio un’altra storia.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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