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Se l’industria dell’audiovisivo conosce quotidianamente uno sviluppo frenetico grazie all’accelerazione instancabile impressa dall’evoluzione dei supporti tecnologici che la riguardano (basti il passaggio al digitale per capire di cosa parliamo) non può dirsi altrettanto degli apparati istituzionali che ne sono – per così dire - le controparti. Tutti gli Enti statali che formano l’effettiva partecipazione pubblica nella produzione audiovisiva (Direzione Generale per il Cinema, Centro Sperimentale, Cinecittà, Istituto Luce e la Mostra di Venezia) risalgono, per creazione o rilancio, all’epoca fascista. Il cinema era l’arma più forte, e Mussolini lo aveva ben capito. E nel campo privato? Là è ancora più stimolante andare a guardare cos’è cambiato, quantomeno dal Dopoguerra ad oggi. L’Anica, ad esempio, ha cambiato nome un paio di volte (pur lasciando immutato il proprio acronimo) e si è avviata verso un percorso d’innovazione all’interno e all’esterno delle proprie relazioni con gli associati e le istituzioni, riuscendo nell’intento di tutelare la propria integrità nel fare lobbyng col Governo o anche attraverso le iniziative dei singoli, come ad esempio le battaglie giudiziarie (vinte) da singoli produttori contro le decisioni del Ministero. Resta l’esercizio, oggi frammentato in almeno tre blocchi: i due top player Uci e The Space che con il loro 40% di schermi non aderiscono effettivamente ad alcune associazione perché si tutelano da sé grazie alle proprie dimensioni, l’Anem (multiplex) che è di recente tornato nell’Anica, e l’Anec, aderente all’Agis (una volta associazione unitaria dell’esercizio), che raggruppa gli esercenti residui. Un assetto, questo, che spezzetta la rappresentatività dell’esercizio – sottolineandone le divisioni interne – proprio nel momento in cui ovunque si tenta la carta della unificazione per affrontare battaglie sempre più dure con la forza di una base sempre più larga. Lancio una proposta alla direzione di questo giornale: non sarebbe possibile organizzare una ampia tavola rotonda invitando tutti gli esponenti delle associazioni cinematografiche nazionali per capire se, sulla base dei propri effettivi associati, si possa tentare una volta per tutte di costruire il progetto Federcinema? Per poi volare ancora più in alto e, magari, costituire una grande associazione dei Produttori di Cultura che comprenda anche gli editori, i discografici, ecc? Certe battaglie, insegna la Storia, è meglio combatterle tutti insieme: inutile illudersi in un intervento statale per salvare la monosala di Caltanissetta od Arese piuttosto che la libreria storica se non si trovano i fondi per salvaguardare due patrimoni dell’Umanità come Pompei o la Reggia di Caserta.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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