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La dichiarazione di Nanni Moretti secondo cui la presenza dei tre film italiani a Cannes non era certo «frutto di un sistema» virtuoso di agevolazione o, tantomeno, promozione del cinema italiano quanto piuttosto «il risultato dell’impegno individuale» dei registi partecipanti non si prestava davvero ad interpretazioni di sorta. Il significato, in sostanza, era chiarissimo: noi tre siamo qui perché abbiamo lavorato bene e ci hanno invitato, non certo perché gli organismi istituzionali o governativi ci hanno aiutato in questa direzione. L’immediata e piena adesione di Sorrentino e Garrone alle parole di Moretti ha dato un ulteriore colpo di grazia alla consapevolezza di quanto lo stato attuale del cinema italiano poco o nulla debba all’attenzione dello Stato nei propri confronti. Se questo sia vero o no, sta di fatto che le dichiarazioni condivise dei tre autori presenti a Cannes, tra i maggiori in assoluto del nostro cinema, rendono perfettamente l’idea di come questo distacco storico tra istituzioni e privati venga a tutt’oggi percepito. Bene, a questo punto entra in scena il minstro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che a bene guardare è il diretto destinatario della fortissima carica di delusione contenuta nelle dichiarazioni di cui sopra. In qualche modo anche ingiustamente, perché – a differenza di un lungo elenco d suoi predecessori – Franceschini qualcosa per il cinema ha fatto, tra provvedimenti normativi, agevolazioni fiscali e sblocco di fondi. Evidentemente, però, i nostri tre artisti non hanno giudicato queste azioni sufficienti a far sentire loro la presenza del “sistema” nell’affrontare lo sforzo festivaliero. Succede. Quello che non dovrebbe succedere, però, è che lo stesso ministro vada a Cannes per partecipare alla cerimonia di premiazione dove, fin dalle 14 dello stesso giorno, si sapeva con certezza che i nostri non sarebbero stati premiati in alcun modo (bastava accertarsi, come ha fatto chi scrive), se gli interessati fossero stati richiamati a Cannes e il gioco era fatto. La domanda è: cosa sperava di fare, il ministro in caso di vittoria italiana? Mettere la faccia accanto a qualcuno dei premiati dopo che gli stessi (eventuali) vincitori avevano detto a chiare lettere che il merito, casomai, sarebbe stato solo e soltanto loro perché “il sistema” (leggi: lo Stato) non li aveva agevolati in alcun modo? Oppure, fare qualche roboante dichiarazione sul riconoscimento internazionale del nostro cinema, in presenza di quelle frasi che già smentivano dal basso qualsiasi comunicato ufficiale dai toni trionfalistici? Semmai è esistita per un ministro un’occasione per non farsi vedere, be’, questa era il 68° Festival di Cannes. Macché. Franceschini c’è andato e, senza verificare se tra le palme d’oro c’eravamo anche noi, si è trovato ad applaudire davanti al trionfo del cinema francese in diretta mondiale. Trasformando così una (legittima) sconfitta sul piano artistico in una cocente figuraccia su quello politico. Vedremo cosa succederà alla Mostra di Venezia.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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