e-duesse.it / Editorial(ist)i / Antonello Sarno

navigation

Le ormai celebri, osannate ed anche criticate parole di Elio Germano pronunciate a Cannes, subito dopo aver ricevuto la Palma d’oro («dedico il premio a tutti gli italiani che sono migliori della loro classe dirigente») pongono a mio avviso una nuova questione sui rapporti tra il mondo del cinema, ma potremmo dire dell’arte in genere, e le istituzioni loro preposte dallo Stato. Una questione da risolvere con grande urgenza. Sì, perché l’intervento di Germano è solo l’ultimo di una lunghissima – a volte più che giustificata, in altri casi francamente pregiudiziale e sterile – serie di lamentazioni, prese di distanza quando non vere e proprie invettive che gli artisti lanciano in occasioni simili, cioè dai palchi internazionali e nazionali, e che hanno come bersaglio non più e non solo grandi e complessi temi come ad esempio i pesantissimi tagli ai fondi per lo spettacolo, bensì istituzioni, persone fisiche, dirigenti, governanti, partiti politici. Si dirà che anche dall’altra parte, quella istituzionale, non ci sono certo andati piano. I duri attacchi, durante l’ultima Mostra di Venezia, lanciati al cinema finanziato dallo Stato da parte del Ministro Brunetta cui si è associato proprio il ministro “del” cinema Bondi sono stati solo il preludio al “caso” Draquila, a Cannes, culminato con l’assenza del ministro per i Beni Culturali e, quindi, reso incandescente con l’intervento, peraltro compostissimo quanto tagliente, di Germano. Naturale che oggi sia muro contro muro. Si capisce chiaramente come la questione non sia più solo economica («ridateci i soldi del FUS e stiamo zitti») ma politica. La politica culturale si fa insieme, ed infatti – senza minimamente voler essere pilateschi – ci sembra che entrambe le parti abbiano le loro ragioni nel dire quello che dicono a stampa, radio e tv. Ma sbagliano interlocutore. Finché non se lo diranno tra loro, seduti attorno ad un tavolo di concertazione politica ancor prima che finanziaria, finché ognuna delle due parti non riconoscerà l’altra come interlocutrice per ascoltarla e farsi ascoltare, la politica sarà solo quella delle contrapposizioni. Di cui la gente che non appartiene al nostro piccolo mondo del cinema non vuole davvero saperne più niente.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


Lun Mar Mer Gio Ven Sab Dom
      1 2 3 4
5 6 7 8 9 10 11
12 13 14 15 16 17 18
19 20 21 22 23 24 25
26 27 28 29 30 31