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Un momento di nostalgia. Sì, perché mi è capitato tra le mani Lo Stato cinematografaro, un prezioso volumetto del 1959, a firma di un grande del giornalismo come Ernesto Rossi, uno dei principali collaboratori del Mondo di Mario Pannunzio. Saggista e polemista di stampo liberale e borghese, col giusto pallino della buona amministrazione della cosa pubblica, Rossi riunì in quel libriccino, tanto snello quanto pesante nei contenuti, tutti i suoi articoli fin lì pubblicati proprio sul Mondo riguardo i problemi legislativi e d economici del nostro cinema. Bene dirlo subito, Rossi non risparmia nessuno. Da Andreotti, all’epoca nume tutelare del nostro cinema (nel bene e nel male), ai comunisti di Mario Alicata, ai Dc di Don Sturzo, Rossi vede associazioni più o meno malavitose pressoché ovunque, con l’unico scopo (le cose non cambiano…) di ottenere guadagni illeciti, spartirsi fondi pubblici, ricevere mazzette e privilegi da parte delle lobbies del cinema guidate dall’Agis – all’epoca potentissima, forte di oltre 11mila sale – e dall’Anica.
Eppure, nel pamphlet, emerge un’attenzione della politica verso il nostro cinema così forte, trasversale e comunque fattivo (quasi tutte le leggi più importanti risalgono al quindicennio 1949- 1965). Basta leggere e rimpiangere amaramente a calde lacrime il confronto coi tempi che stiamo vivendo oggi, mezzo secolo più tardi. Basta leggere: «Per dare un’idea del posto che il cinema italiano occupa nel cuore dei nostri parlamentari basta dire che 500 di loro, nell’ultima legislatura, si erano iscritti al “gruppo dello spettacolo”. Nessun altro gruppo per la difesa di interessi sezionali ha mai avuto, in Parlamento, un numero così elevato di iscritti […] Ma chi voglia ancor meglio conoscere i sentimenti dei nostri deputati nei riguardi del cinema dovrebbe leggere le 478 pagine a doppia colonna dei resoconti della Commissione Speciale che – sotto la direzione dei nostri maggiori gruppi cinematografici – discusse ed approvò la legge 31 luglio 1956 n. 897 intitolata “Modificazioni ed aggiunte alle disposizioni sulla cinematografia”. La discussione su questa legge impegnò 28 deputati per 34 sedute, al 12 gennaio al 18 luglio 1956, per complessive 85 ore e mezza. Non credo che in nessun’altra occasione un così gran numero di parlamentari abbiano dedicato tanto tempo alla ricerca del modo migliore di… sperperare il pubblico denaro. Democristiani, comunisti, socialisti, monarchici, missini, furono tutti d’accordo nel proclamare che il cinema italiano era “un insostituibile fattore di progresso sociale”; tutti quanti riconobbero la necessità di difendere questo delicato germoglio del genio italico dalla invadenza della produzione straniera; tutti quanti fecero a gara a chiedere aumenti dei giorni di programmazione obbligatoria, più ampie aperture di credito, maggiori sussidi e premi da parte dello Stato».
Invidio Rossi per quello che poteva scrivere, anche nel tono polemico che gli era proprio, 52 anni fa. Oggi, anche a voler polemizzare, quei numeri nella politica il cinema se li sogna. E questo vale per tutto lo spettacolo italiano. Basta pensare al Teatro Valle ed ai suoi occupanti. Mentre scrivo, infatti, sono ancora là. Ma l’Italia sta andando in ferie.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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