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Se fossi “il cinema italiano”, dico così per semplificare, da un paio di settimane mi sentirei orfano. Se non di un genitore, comunque privo di un parente strettissimo.
Anzi, di un benefattore. Perché è esattamente in questo modo che va inquadrata la figura storica di Giulio Andreotti nei suoi rapporti con l’industria cinematografica nazionale. Va da sé che, al contrario, quasi nessuno ha sottolineato l’importanza dell’operato di Andreotti in questa direzione, che è invece attualissimo. Nei pregi e nei difetti.
I pregi: grazie ai primi provvedimenti fortemente voluti nell’immediato dopoguerra dall’allora 25enne sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, tipo la famosa “tassa sul doppiaggio” tesa a contrastare lo strapotere dei film americani (che, dopo gli anni dell’autarchia fascista, volevano riconquistare in fretta il nostro mercato), la nostra industria cinematografica poté riprendere la propria risalita, via via sempre più veloce fino alla creazione di quei 12.000 schermi che nel 1955 determinarono il picco storico di biglietti venduti. Ci voleva del coraggio per fare leggi sul cinema mentre il paese era in pezzi e persino il Parlamento era ancora impegnato, sotto la veste di Assemblea Costituente, a dare una forma alla neonata Repubblica. Eppure, Andreotti andò a rompere le scatole ai padri costituenti per strappare un decreto qua, una leggina là mentre il nostro cinema, attraverso il neorealismo, riprendeva a respirare. Una forma di assistenza, o meglio, di vicinanza, che il senatore a vita non fece mai mancare al cinema, rispondendo in infinite occasioni a richieste di interventi e mediazioni. Il Fus, pur varato dal Governo Craxi, è figlio di questa logica assistenziale, solo appena più organizzata.
I difetti: l’aver sancito che – a fronte di un intervento finanziario – il governo può avere il diritto di sindacare il frutto di quell’intervento. Il famoso discorso dei “panni sporchi” rivolto al Neorealismo che conquistava le platee mondiali esportando le nostre (autentiche) miserie, rappresenta in sintesi questo problema. Ma il vero difetto, in realtà, è un altro. E non dipende da Andreotti, bensì dal nostro cinema. Che, per generazioni, ha preferito “sedersi” sulla logica dei contributi: a fondo perduto, in conto interessi, a pioggia o mirati, purché contributi di soldi pubblici per sostenere aziende private, quali sono l’esercizio, la produzione o la distribuzione. Con il risultato della perdita di credibilità nei confronti della controparte politica che, da vent’anni a questa parte, ha infatti tagliato questi contributi senza che il cinema riuscisse a far altro che protestare, apparendo al grande pubblico come una piccola casta pretenziosa. Le attuali generazioni dei nostri industriali del cinema lo hanno capito e si sono svincolate, sia pur con fatica, da questo sistema. Stanno provando a cambiarlo.
Eppure, sia per i pregi che per i difetti almeno dal cinema italiano Giulio Andreotti meritava un saluto piĂą solenne, piĂą importante, piĂą grato.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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