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Apriamo le celebrazioni del decennale della Festa del Cinema di Roma innanzitutto con un riconoscimento alle persone. Forse mai come quest’anno, infatti, dai vertici, al cda, alla direzione artistica, sono state chiamate persone esperte, competenti e con le carte in regola per la conduzione – in tempi mai così difficili – di un grande festival in una grande Capitale con tre milioni di abitanti e un milione di gravi problemi. Un caso, quello di Roma, unico al mondo a eccezione di Berlino, che però è stata completamente ricostruita dopo la guerra risolvendo, nel male o nel bene, moltissimi di quei problemi strutturali che nelle altre Capitali formano la cima, il centro e buona parte della coda delle priorità cittadine rispetto a un festival cinematografico in un Paese dove ce n’è già uno, a Venezia, che oltretutto è il più antico del mondo. Fatta questa doverosa premessa, rilevo anche che al problema identitario che ha pesato sulla Festa fin dal suo inizio non è ancora stata data una risposta chiara: perché si fa? Risponde a una lacuna o un bisogno cognitivo sul cinema, come ad esempio Pesaro sugli autori o Pordenone sul muto? È una vetrina di anteprime assolute di straordinari film attesissimi? È una grande kermesse popolare che convoglia centinaia di migliaia di romani davanti ai ledwall all’aperto, come le partite di calcio? Ricordo che qualche anno dopo la partenza della Festa, il fondatore Goffredo Bettini si dichiarò scandalizzato perché tra i primi dieci festival italiani ritenuti degni di nota in un lista compilata da un’importante rivista specializzata americana come Variety, Roma non figurava affatto. È perché non ha un’identità, si disse. E la cosa si tentò di risolverla trasformandola poi in un Festival internazionale, ma senza cambiare di molto le cose. Alla questione identitaria, dicevo, si aggiunge oggi anche il problema dei finanziamenti. Grazie al guizzo intuitivo di Valter Veltroni, il papà della Festa, i finanziamenti erano ingenti e privati, lasciando le mani libere nella loro gestione (relativamente: anche se sono soldi privati, ove il gestore è un ente pubblico la percezione è che lo siano anche quei denari. Ecco perché le proteste per le spese folli per la Kidman, ma è solo un esempio, fatta dai baraccati fuori dall’Auditorium e regolarmente ignorata dai giornali salvo che da Striscia). Oggi, rispetto a quegli anni felici pre-crisi, i problemi di Roma sono centuplicati, la loro immagine lo è dieci volte di più e, nel frattempo, i soldi privati al festival sono grandemente diminuiti, a favore della crescita dei contributi pubblici, cioè pagati dai cittadini: Mibact, Regione, Campidoglio. In una città dove sono in gioco le stesse Olimpiadi (e lì parliamo di decine di miliardi), a causa della necessità immediata di usare ogni euro disponibile per risolvere tutte le altre gravissime problematiche quotidiane della sopravvivenza di Roma e dei romani, ogni euro di contributo pubblico dovrebbe a mio avviso tornare ai cittadini stessi. Non più al chiuso dell’Auditorium dei Parioli (o del Maxxi, siamo là) bensì portando soprattutto d’estate il cinema a chi non ha i soldi per andare a vederlo. Il successo all’aperto in Piazza San Cosimato ottenuto da Valerio Carocci del Piccolo America è un indicatore così come 40 anni fa lo fu l’estate romana di Renato Nicolini. Che, infatti, resta un modello per ogni iniziativa di questo genere. Possibile che nessuno si accorga che senza coinvolgere realmente larghissimi strati di popolazione con luoghi e idee sulle quali è giusto lottare per finanziarsi, nessuna festa cittadina può dirsi riuscita?

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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