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Quella per il reintegro del tax credit è stata l’ultima battaglia del cinema italiano. Una battaglia che bisognava vincere non solo per il ripristino della misura finanziaria ma, come si sarebbe detto una volta, per la dignità e l’onore del nostro cinema nei confronti delle istituzioni e del pubblico.
Chi ha avuto occasione di leggere questa rubrica forse ricorda che chi scrive non è mai stato tenero con l’abitudine all’assistenzialismo statale da parte di molti soggetti imprenditoriali del nostro cinema, ma va detto con grande chiarezza che stavolta la ragione è da una parte sola: hanno ragione i produttori. Punto e basta.
Ma come, abbiamo faticato almeno un decennio per uscire dalla logica dei contributi pubblici ed approdare nel nuovo abito mentale delle agevolazioni, abbiamo visto generazioni di industriali del cinema guerreggiare con governi e ministeri allo scopo di far capire che il cinema non è più interessato alla vetusta dazione diretta di denaro pubblico “a pioggia, cioè pochissimo ma a tutti, bensì all’accesso a forme moderne di defiscalizzazione e ora il governo taglia anche quelle della metà? La lotta per il reintegro del Fus, tre anni fa, era stata bollata da molti (e in parte anche dal sottoscritto) come legata appunto alla vecchia logica dell’assistenzialismo, e portatrice di una lesione profonda all’immagine del nostro cinema, che continuava ad apparire arroccato in una casta di privilegiati che continuavano a chiedere in un Paese dove, al contrario, a tutti viene chiesto di dare o rinunciare. Ci fu l’occupazione del tappeto rosso a Roma, una manifestazione molto sentita e alla fine il governo di allora con una mano ridiede, e con l’altra - successivamente - tolse di nuovo. L’altra lotta, quella per la legge sulla pirateria, non è stata quasi neppure combattuta, visto che larga parte di attori e registi – in questo caso determinanti – non la sente abbastanza da “metterci la faccia” lasciando così soli gli industriali. Una battaglia fondamentale, che vale fino al 30% dell’incasso di un film, vanificata anche dal continuo susseguirsi di governi da questo punto di vista assolutamente imbelli, per pavidità o insensibilità o mera indolenza.
Restava quella del tax credit, una lotta finalmente vinta grazie anche ad un interlocutore, per una volta, non troppo sordo. Per il recupero delle somme, certo, ma, insisto, anche per l’onore e la dignità del nostro lavoro di addetti ai lavori di un settore come il cinema che ha fatto grande il nostro Paese quando l’Italia era ancora piccola.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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