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L’ho annunciato sul palco delle Giornate Professionali, a Sorrento, e intendo mantenere la promessa. Tra i miei prossimi intenti giornalistici c’è, salda come un faro nella notte, l’idea di dedicare un libro, e se sarà possibile anche un film-documento, a quel paio d’anni (1994-1996) che videro la nascita, lo sviluppo e l’archiviazione di quell’ultimissimo, tardivo e secco ramo di Tangentopoli che, infatti, fu denominato Filmòpoli. L’inchiesta partì dalla denuncia su una possibile irregolarità relativa all’assegnazione dei finanziamenti pubblici erogati dalla Commissione Centrale Cinema, pletorica quanto si vuole, ma i cui oltre 30 componenti erano previsti dalla legge allora vigente (la famosa 1213 del 1965 e successive modificazioni). Certo è che i film in questione, quelli per così dire “pietra dello scandalo”, non erano artisticamente delle pietre miliari, tanto è vero che si trattò di opere prime che tali rimasero, anche se i registi si chiamavano Marina Ripa di Meana (Cattive ragazze), Anna Carlucci (Chi mi crede?) e Roberto D’Agostino (Mutande pazze). L’inchiesta, condotta dal pm Adelchi D’Ippolito, gettò in quel periodo di bulimia mediatica di scandali e fango un’ombra cupissima sull’eternamente periclitante reputazione del cinema italiano. Il quale, a dire il vero, aveva già ingurgitato finanziamenti pubblici in tutte le sue filiere, non accorgendosi forse che i tempi dei “contributi a pioggia” (poco a tanti: cioè quel tipo di erogazioni che, si diceva, non servivano a niente ma intanto creavano un “appeasement” nel microcosmo, talvolta ferocemente rissoso, del nostro cinema) stavano cambiando, e drasticamente. È interessante, approfondire, ricordare e, dal mio punto di vista di giornalista, raccontare quegli anni perché mai come in quel momento emerse la giustezza della vecchia ma ancora attualissima definizione che Dino Risi dette del cinema italiano: “Un’attività che sta a metà strada tra l’orologeria di precisione e la tratta delle bianche”. Alcuni episodi francamente divertenti, altri seri, alcuni drammatici.

Su tutti, uno. Il destino dell’allora direttore generale del Ministero Carmelo Rocca il quale, destinato per legge a presiedere la Commissione inquisita, fu privato di tutto, dai beni materiali all’onore personale, fino all’assoluzione completa. Esito felice che gli permise di tornare al suo stesso Ministero, nel frattempo ingranditosi e trasformatosi negli attuali dei Beni Culturali, con la superqualifica appositamente per lui istituita di “Segretario Generale”, come dire direttore generale dei direttori generali. Già minato da una grave malattia, Rocca restò in servizio solo per poco tempo, per poi spegnersi in seguito. Ennesima vittima dell’ingiustizia e soprattutto della gogna mediatica in un settore, il suo, cui aveva dedicato tutta la vita, che d’immagine vive, essendone il mercato fondamentale? Forse sì, o forse no.

Di questa vicenda, della storia dei finanziamenti pubblici al cinema, dal dopoguerra ad oggi, delle loro inevitabili storture, ma anche e soprattutto dei pregi di un sistema che ha contribuito a fare della cinematografia italiana, almeno fino a tutti gli anni 60, la più importante del mondo, ecco, di questo vorrei occuparmi.

Proprio adesso che, con i recenti successi internazionali e la tenuta anche in periodo di crisi del mercato interno, il cinema italiano dimostra di meritare nuovamente una grande attenzione.

Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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