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L’Archivio del Luce SEMPRE PIÙ accessibile

 

Nel numero di Box Office che va a Cannes non si può non parlare di una gloria nazionale di recentissimo e importante ammodernamento e ampliamento, e cioè di quel gioiello splendente che è l’Archivio Storico dell’Istituto Luce, caso non unico ma raro di memoria storica per immagini consultabile online da chiunque e non a caso entrato tra i beni tutelati dal prestigioso registro “Memory of the World” dell’Unesco (e in Francia conoscono bene l’importanza di questo tipo di archivi per immagini, mantenendo anche là, come auto d’epoca ben lustrate, i “fondi” Pathé-Gaumont e della Cinémathèque Française). Grafica e logo dei contenuti sono stati totalmente rinnovati, ampliati i già numerosissimi filmati con altri “fondi” iconografici, come quello di Folco Quilici e dei documentaristi Mario Canale e Mario Gianni, rendendo il menù consultabile ancora più ricco e prezioso, con oltre 70mila filmati e 400mila fotografie. In particolare, però – e chi scrive conosce quasi a memoria la parte cinematografica dell’Archivio Luce in questione per averne attinto a piene mani in quasi 40 documentari – ciò che conta è soprattutto la nuova dimensione di accesso, lettura e uso delle immagini, che rendono stavolta ancor più facile di prima l’immersione nel nostro recente passato a quello stesso pubblico generalista che ha mostrato un fortissimo interesse verso i materiali d’epoca, se ben serviti in una ricetta di immediato “godimento”. Un esempio per tutti: il successo straordinario di Techetechetè della Rai, nato da lenti esperimenti notturni e quindi decollato nelle recenti estati, dov’è stato quasi sempre il più visto programma dell’intera Rai Uno (a eccezione delle repliche di Montalbano s’intende!). Quando vedo strutture pubbliche impegnate, come nel caso del Luce, in un’opera di promozione culturale così sensibile e intelligente perché finalmente non a misura di chi quell’iniziativa la promuove ma, al contrario, cucita su misura di chi deve riceverla (il grande pubblico) mi si allarga il cuore. E il fatto che questa promozione della cultura e della storia italiana del ’900 venga – tra le altre istituzioni del nostro Paese – realizzata da un’organizzazione che appartiene al mondo dell’audiovisivo, mi rende orgoglioso di far parte di quella che Ermanno Olmi definiva “la grande famiglia del cinema italiano”. Di cui, insieme a quella della politica, dell’arte, e di tutte le singole famiglie che formano un grande Paese, l’Archivio Storico dell’Istituto Luce è l’insostituibile album fotografico di una vita.

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Antonello Sarno


Antonello Sarno è nato a Roma nella seconda metà del secolo scorso.
La passione per il cinema arriva a quattro anni, in pigiama, sbirciando in tv Ombre Rosse di John Ford dallo stipite della porta del tinello, socchiusa, e trasgredendo così la regola di andare a letto dopo Carosello. Rimedia una bronchite cronica, ma capisce che non vorrà più occuparsi d’altro.
Quando internet non esisteva, le passioni cominciavano spesso così.
Nel mondo del cinema, Sarno ha lavorato con tutti e scritto dovunque, muri a parte. Dal 1993 lavora alle news Mediaset, e dal 1998 in esclusiva per Italia Uno e Studio Aperto, come cronista ed inviato di cinema e di costume, con circa 6-7.000 tra servizi e speciali trasmessi a tutt'oggi sui tg delle tre reti.
Ha collaborato a lungo con Radio RTL e Radio Due, e scritto una dozzina di libri sul cinema, tra i quali il Castoro su Pupi Avati, il primo "manuale" su 007 Il mio nome è Bond (Ed. Il Castoro) la Storia del Cinema horror (Newton Compton). Di recente, ha pubblicato Italian Babilonia- 50 anni di scandali vip (Colorado Noir-Mondadori) ed il romanzo Se tornasse caso mai (Aliberti-Rcs). Nel 2003 è passato dal cinema alla "storia” del cinema e dei suoi costumi, iniziando con la complicità di Medusa Film una fortunata carriera di documentarista e ottenendo tutti i maggiori riconoscimenti del cinema italiano.
Ciononostante, Sarno collabora con Box Office da 11 anni.
Troppi per girare ancora disarmato e senza scorta.


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