Editorialisti

04 Luglio 2019

Mediaset: perché l’Olanda è una buona notizia

Linda Parrinello

Le motivazioni del trasloco della sede legale del Biscione in quel di Amsterdam sono ormai note ai più: «Le regole locali», ha spiegato Pier Silvio Berlusconi, «ci consentono di affrontare la metamorfosi del mondo dei media con una stabilità di azionariato e di gestione». Non è poco, se si intendono allettare altri potenziali partner a essere della partita per realizzare quello che per i broadcaster commerciali del Vecchio Continente è diventata ormai una strada obbligata: un’alleanza strategica per realizzare il primo operatore televisivo paneuropeo. Questo perché ragionare solo in termini nazionali ormai non ha più senso, e non ce l’ha soprattutto in quanto non esiste più il mercato televisivo come lo si intendeva fino a cinque anni fa, inglobato com’è in quello più ampio dei media. La televisione è diventata una parte - importante, remunerativa, probabilmente la più innovativa - di un tutto, che include ormai settori limitrofi (dalle telecomunicazioni ai videogame). Per rendersene conto, basta vedere la composizione di soggetti come Disney e Comcast. Lo sviluppo tecnologico impone pesanti ripensamenti, che riguardano le modalità di distribuzione dei contenuti, le aree in cui operare, le aziende in cui investire o con le quali allearsi, il reperimento di risorse extra-adv, la competizione con i fagocitanti operatori web oriented, etc etc. Per il resto, invece, il mestiere rimane pressoché invariato nella forma (produrre contenuti che sappiano intrattenere la più ampia platea possibile), ma rivoluzionato nella sostanza. Perché bisogna capire meglio su quale tipologia di pubblico concentrarsi - sui giovanissimi smartphone-dipendenti o sulle pantere grigie, oppure su entrambi, ma utilizzando piattaforme differenti -, su che generi e in quali formati. Lavoro che si amplifica e si complica se l’identikit dei competitor si modifica di giorno in giorno, a causa di fusioni strategiche che alterano in continuazione le alleanze in essere sulla scacchiera mondiale. Ecco perché, pur recriminando sul fatto che un’azienda italiana sia costretta a spostare la sua sede legale all’estero per poter essere competitiva, resta il dato che - dopo il fragoroso flop della tentata alleanza con Vivendi - con la creazione di Mfe (e l’acquisto del 9,6% di ProSiebenSat.1), Mediaset dà oggi un altro chiaro segnale di credere ancora nella propria internazionalizzazione. Quindi, nella propria capacità di poter continuare - malgrado tutto e tutti - a fare il proprio business. Foss’anche, come ipotizza qualcuno, per preparare una futura (e lauta) uscita della famiglia Berlusconi dal business televisivo.

Linda Parrinello

In Editoriale Duesse da: non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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