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Pensare che quello che è stato indicato come l’accordo di Pasqua tra Sky e Mediaset sia – per quanto articolato e strutturato – nato solo, come hanno voluto far passare in tanti, in chiave anti-Netflix, è francamente una lettura parziale e riduttiva. Non si può pensare di fare un business convincente, e possibilmente vincente, solo con lo specifico intento di non far fare i soldi a un altro. O, come amavano dire un tempo i manager del Biscione parlando a proposito di Mediaset Premium, «in strategia difensiva del proprio core business, la tv generalista». Questo modus operandi non funziona, almeno non nella televisione, e sia Pier Silvio Berlusconi che Andrea Zappia lo sanno bene. Anche perché offrire servizi televisivi, su ogni piattaforma, è diventato ormai un affare estremamente costoso (e le baruffe milionarie sui diritti del calcio sono lì a dimostrarlo), da affrontare avendo in cassa almeno il doppio degli investimenti previsti dal business plan. Altrimenti è inutile provarci… Dato che le variabili industriali sono molteplici e la competizione è alle stelle, in cui si innesta una galoppante innovazione tecnologica che va non tanto assecondata quanto anticipata mettendo in campo ulteriori corposi budget nonché esercitando la non comune capacità di essere sempre un passo avanti agli altri. E in questo Netflix ha fatto scuola. Non a caso, nel 2015, al momento del lancio della piattaforma in Italia, scrivemmo che nulla sarebbe stato come prima: che avremmo avuto un ante e un post-Netflix. Ecco, adesso ci siamo arrivati: l’accordo dei due storici avversari che portano a fattor comune le rispettive piattaforme, dandosi reciproca ospitalità e occasioni di guadagno, senza ghettizzare comunque la piattaforma di Reed Hastings, che anzi trova ricovero sulla prestigiosa Sky Q, è il segno che sono finite le schermaglie tra bande e che è tempo di ragionare da adulti, da business adulto, quale è ormai anche in Italia la pay tv: tra Sky, Premium, Infinity, Netflix e Tim siamo già a un parco abbonati pari a circa 9mln. A questo punto si tratta di stabilire, e sarà compito del pubblico, la capacità di competere a suon di contenuti e di offerte commerciali oltre che di usability e consumer experience. E che il livello della competizione si sia alzato non si vede solamente dalla voglia di super mergerizzazioni che si sta consumando tra Vecchio e Nuovo Continente, piuttosto che dall’“assalto” della spagnola Mediapro ai diritti del nostro calcio, ma anche dal megaprogetto di Amazon, che intende stanziare la bellezza di un miliardo di dollari per le cinque stagioni della serie su Il signore degli anelli. Un impegno economico di tale portata non si era mai visto e sentito a carico di un solo titolo audiovisivo… Come dire? Si sono palesate cose mai viste in questo primo scorcio dell’anno, e abbiamo idea che altre lo faranno nei mesi a venire.

Linda Parrinello


In Editoriale Duesse da:
 non ricordo più…

Secondo me, la televisione è: mediamente peggiore di chi la guarda e di chi la fa

Scrivere di televisione è: utile quando si informa sui contenuti, interessante quando si approfondisce il mercato, superfluo quando si punta sul puro gossip

I programmi che preferisco: quelli che parlano al cervello

I programmi che evito: quelli che mirano alla pancia

Il programma più amato: “I Simpson”

La tv di qualità è: quella che ha un suo stile

La sigla dell’infanzia: “Luna Park” del ‘79

La sigla della maturità: “Mad Men”

A proposito di quelli che la sanno lunga: “La televisione non potrà reggere il mercato per più di sei mesi. La gente si stancherà subito di passare le serate a guardare dentro una scatola di legno” (Darryl F. Zanuck, fondatore della 20th Century Fox - 1946)


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